Considerazioni ( 1 )

Meditare sul disagio non e’ una cosa che si fa per scommessa. E’ una pratica che richiede dei presupposti, che si deve appoggiare su una base.

Non possiamo lavorare sul disagio se non siamo interessati a farlo.

In altri termini si tratta di essere a disagio e contemporaneamente lavorare… volentieri, in qualche misura volentieri, con il disagio. E’ una situazione abbastanza inedita e paradossale per la maggior parte delle persone.

Per poter avere questa inclinazione, questa attrazione, questo interesse a lavorare con il disagio dobbiamo avere gia’ sviluppato un interesse a portare la consapevolezza su sensazioni di “non disagio”; ma se portare la consapevolezza a oggetti di meditazione neutri o piacevoli, come  il respiro, le sensazioni fisiche non dolorose, la metta, ci e’ pesante, gravoso, problematico, allora e’ segno che dobbiamo misurarci ancora con questa frontiera, per poter passare, poi, al lavoro sul disagio nel disagio.

Sarebbe chiedersi una cosa molto irrealistica se, avendo difficolta’ a portare la consapevolezza su quello che non fa male, anzi neutro o piacevole, pretendessimo di portare l’attenzione su cio’ che ci suscita avversione, essendo spiacevole e disagevole.

La pratica di base, che deve diventare la nostra compagna, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro, e’ una pratica senza forme di dolore e di sofferenza, con dimensioni relativamente piacevoli.

E’ questa che ci forma, che ci da’ un gusto di stabilita’; su questo gradino poi possiamo cominciare fruttuosamente  a meditare con il disagio.

Non e’ necessario aspettare fin quando ci sentiamo di saperci muovere con una certa facilita’ nelle sensazioni semplici, neutre e piacevoli; possiamo benissimo fare dei tentativi, ma nel frattempo, quello su cui non ci deve piovere, e’ la costruzione della base.

La prima difficolta’ nell’affrontare il disagio e’ la mancanza di basi a lavorare con il neutro, il piacevole.

Quando vediamo che si genera qualcosa allora possiamo essere piu’ predisposti a rivolgerci a quello che non e’ piacevole.

All’inizio della pratica di consapevolezza sul disagio ci accorgiamo subito di una enorme resistenza.

E’ come se il disagio fosse circondato da irritabilita’, da avversione, da paura verso il disagio stesso. Questa morsa, molto antica perche’ fortificata nel tempo, ha tra le sue caratteristiche quella di non voler essere disturbata dalla consapevolezza, anche se quest’ultima non e’ interferente, ma solo uno specchio: tuttavia rappresenta un notevole cambiamento di campo, di visuale, di energia.

Anche se noi ci ribelliamo all’idea del disagio che ci portiamo dentro, in questo c’e’ spesso un elemento fortemente abitudinario, di assuefazione, un vero e proprio attaccamento al disagio, un vero attaccamento alla sofferenza causata.

Percio’ una parte di noi non accoglie con interesse l’intrusione di questo paesaggio doloroso ma abituale, familiare, caldo.

La seconda difficolta’ nell’affrontare il disagio e’ la resistenza dell’avversione, della paura che gravitano intorno al disagio, e che non amano essere guardati, non amano interferenze esterne.

Comunque il primo passo e’ il riconoscimento diretto e preciso del disagio senza ignorarlo ne mascherarlo nella sua forma piu’ nuda, quindi senza analizzarlo, senza trarre conclusioni sulle cause. Se per qualche motivo ci sentiamo in colpa tale disagio e’ sofferenza, e riconoscerlo e’ riconoscere la sofferenza nella quale siamo: un metterci a speculare, anche se in maniera ragionevole, ci porta via da un riconoscimento immediato.

Se il disagio e’ forte il riconoscimento puo’ non essere opportuno: per questo occorre una buona preparazione ed i presupposti. Trovandoci in difficolta’, questo sara’ un segnale che dobbiamo tornare a pratiche piu’ semplici.

Per esempio, una volta riconosciuta la frustrazione per non essere stati trattati bene, senza gentilezza, scortesemente, questa puo’ essere sentita, incontrata invece di essere subita passivamente.

Questo ho ascoltato dal Maestro Corrado Pensa

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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