Considerazioni ( 2 )

Il primo punto e’ incontrare la frustrazione, il piu’ silenziosamente possibile, nel posto fisico dove si e’ posata e’ un seme importante, perche’ e’ un rapportarsi nuovo e diverso, piuttosto che pensare ad altro, alla frenesia mentale proliferante.

La mente sta sulla sensazione fisica un po’ e poi va via: con gentilezza la si riporta a quelle sensazioni fisiche che la frustrazione fa sorgere.

Tutto questo, rispetto ai modi abituali che generano sofferenza, e’ una novita’.

Il secondo punto, dopo il riconoscimento della frustrazione, ci fa sperimentare che e’ facile mettersi di fronte a questa novita’ con un atteggiamento avido.

Attendersi subito dei risultati fortemente voluti significa che e’ rientrata la mente sofferente: e’ cessato l’incontro nudo, gratuito, silenzioso e rientra la stretta, l’avidita’.

Un atteggiamento corretto e’ accettare la frustrazione e lasciare andare il nostro costante reagire: stiamo tenendo in mano la frustrazione non la stiamo scansando.

E’ un atteggiamento delicato, aperto, non giudicante, di vicinanza intima  e amichevole.

Fatta e rifatta… questa pratica lascia il segno… e’ feconda.

Se con la pratica si sposta il nostro punto di vista sopra l’avidita’, sopra la fretta, cioe’ se non chiudiamo quello che abbiamo aperto, se ci accorgiamo che rientra dalla finestra quella mente di avversione che ci siamo messi a contemplare con delicatezza, intimita’ ed amicizia, se diventeremo piu’ sensibili e consapevoli dei pensieri tipici di uno stato di frustrazione, allora ci sara’ una non-identificazione.

Cominciamo a vedere i processi del pensiero che si attivano, raggiungono un picco e cominciano a scendere: vediamo che sono dei fenomeni che seguono leggi note. Questo e’ liberatorio e da’ sollievo perche’ viene a mancare un rapporto di proprieta’ con i pensieri.

La pratica di base e’ quella capacita’ minima  di  essere con la sensazione cosi’ come e’, con una certa gratuita’, senza dettare i tempi al disagio della sua permanenza; contemplare il disagio e contemporaneamente tentare di spingerlo via non funziona  in quanto la contrazione che si genera e’ un’altra forma di disagio.

La pratica sul disagio cosi’ impostata, tra momenti di chiarezza e di oscurita’, di energia e di debolezza, nel tempo fa sorgere l’interesse, la motivazione: da un certo momento in poi ci sembrera’ strano non accogliere il disagio nelle sue forme senza consapevolezza.

Non mancheranno occasioni in cui ci sentiremo sopraffatti, o la stanchezza ci rendera’ meno lucidi nell’attivare la consapevolezza; ma sempre di piu’ il disagio verra’ percepito come un invito alla affettuosa osservazione, che e’ il nocciolo della pratica.

Ci vuole pazienza per non scoraggiarci perche’ il solco scavato e’ di tutt’altro tipo e ci stiamo chiedendo una radicale inversione di rotta.

Ci sono varie forme di fuga dal disagio: ma tale fuga genera un disagio ancora maggiore. Questo meccanismo e’ talmente abituale che non lo vediamo piu’. La pratica di consapevolezza ci fa vedere meglio questa fabbrica di sofferenza.

Allora, per questo motivo, cominciamo ad osservare i disagi minimi e a non farli sfuggire, facendoci sopra la pratica di consapevolezza, di presenza, di decontrazione, piu’ possibile accurata, e lasciare andare.

Vedremo che l’abitudine ha creato dei fantasmi dal peso molto forte, del tipo di una sensazione di disagio verso una persona che non e’ come vorremmo. Se guardiamo questa sensazione essa cade, c’e’ piu’ aria, c’e’ piu’ spazio c’e’ piu’ liberta’, e non soltanto per noi.

Questo ho ascoltato dal Maestro Corrado Pensa

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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