Sofferenza e illusione di un sè

 

E’ importante riflettere sulla formulazione della Prima Nobile Verità. E’ enunciata molto chiaramente: “C’è la sofferenza” e non “Io soffro”. Psicologicamente è un modo molto efficace di esprimersi. Tendiamo ad interpretare le sofferenze come “Io sto soffrendo. Soffro molto – e non voglio soffrire”. Questo è il modo in cui la nostra mente condizionata pensa.

“Io sto soffrendo” porta all’idea di “Io sono qualcuno che sta soffrendo molto. Questa sofferenza è mia; io ho avuto tante sofferenze nella mia vita”. Quindi comincia l’intero processo di identificarsi con se stessi e con la propria memoria. Cominciate a ricordare cosa vi è capitato da bambini… e così via. 

Invece dobbiamo vedere che non c’è qualcuno che ha delle sofferenze. Se vediamo semplicemente che “c’è la sofferenza”, allora questa non è più una sofferenza personale. Non è: “Oh povero me, perché devo soffrire così tanto!? Che ho fatto per meritarmelo? Perché devo invecchiare? Perché devo avere dolore, sofferenza, angoscia e disperazione? Non è giusto! Non lo voglio. Voglio solo felicità e sicurezza”. Questo tipo di ragionamento viene dall’ignoranza, che complica ulteriormente la situazione e sfocia in problemi di personalità. 

Per poter lasciare andare la sofferenza dobbiamo prima esserne coscienti, ammetterla nella coscienza. Ma l’ammissione, nella meditazione buddhista, non viene da una posizione del tipo: “io sto soffrendo”, ma piuttosto “c’è la presenza della sofferenza”. Infatti non dobbiamo cercare di identificarci con il problema, ma semplicemente riconoscere che ce n’è uno. E’ sbagliato pensare in termini di: “sono una persona arrabbiata; mi arrabbio così facilmente; come posso eliminare la mia rabbia?” In questo modo si evidenziano tutti gli assunti che ci fanno credere nella presenza di un Io personale. Da questo punto di vista è difficile avere una prospettiva corretta. Tutto diventa confuso, perché la sensazione dei miei problemi o dei miei pensieri mi porta a reprimerli o a dare giudizi su di essi o a criticare me stesso. Tendiamo ad afferrare e ad identificarci piuttosto che a osservare, a essere testimoni, a comprendere le cose così come sono. Quando si ammette semplicemente che c’è un certo senso di confusione, che c’è dell’avidità o dell’ira, questa stessa ammissione è un’onesta riflessione su ciò che è; così facendo, togliete tutti gli assunti sottintesi – o almeno li indebolite. 

Quindi non aggrappatevi a queste cose come a difetti personali, ma contemplatele costantemente come impermanenti, insoddisfacenti e prive di un sé. Continuate a riflettere, vedendole così come sono. La tendenza è di vedere la vita partendo dall’assunto che “questi sono i miei problemi” – e ci si sente molto onesti e franchi nell’ammetterlo! Ma così facendo si tende sempre più a riaffermare questa visuale, che parte dall’assunto sbagliato. Anche questo punto di vista però è impermanente, insoddisfacente e privo di un sé. 

“C’è la sofferenza” è il riconoscimento molto chiaro e preciso che in quel momento vi è una sensazione di infelicità. Può andare dall’angoscia e disperazione a una mera irritazione; dukkha non vuol dire per forza grave sofferenza. Non dovete essere brutalizzati dalla vita, non dovete uscire da Auschwitz o Belsen per dire che c’è la sofferenza. Perfino la Regina Elisabetta può dire: “C’è la sofferenza”. Sono certo che anche lei ha momenti di grande angoscia e disperazione o, almeno, momenti di irritazione. 

L’esperienza del mondo sensoriale avviene per mezzo delle sensazioni, e ciò significa che viviamo sempre tra il piacere e la pena, cioè nel dualismo del samsara. E’ come essere esposti e molto vulnerabili, poiché reagiamo a tutto ciò con cui il corpo ed i sensi entrano in contatto. E’ così che vanno le cose. Questa è la conseguenza della nascita.

Tratto dal libro “Le quattro Nobili Verità” di Ajahn Sumadho

Ogni bene, Sudhammo

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