Moralità e Compassione

 

Dobbiamo avere dei precetti, quali “mi asterrò dall’uccidere intenzionalmente”, proprio perché il nostro istinto è quello di uccidere: se si trova qualcosa sulla nostra strada, lo uccidiamo.
E questo lo si può osservare bene nel mondo animale.
Noi stessi siamo delle creature predatorie; pensiamo di essere civilizzati, ma la nostra è una storia di sangue, in senso letterale.
E’ piena di infiniti massacri e di giustificazioni per ogni genere di iniquità perpetrate contro gli altri esseri umani (per non parlare degli animali) e tutto ciò a causa di questa ignoranza di base, di questa mente umana che non sa riflettere e che ci dice di eliminare tutto ciò che ci ostacola.

Ma con la riflessione possiamo cambiare; possiamo trascendere questo istintivo, animalesco tipo di comportamento.
Non siamo più dei burattini che cercano di conformarsi alle leggi e di non uccidere solo per paura della punizione.
Ora ci prendiamo in pieno le nostre responsabilità.
Rispettiamo la vita delle altre creature, anche degli insetti o di creature che non ci piacciono.
Pochi amano le zanzare o le formiche, ma dobbiamo riflettere sul fatto che anch’esse hanno il diritto di vivere. Questa è una riflessione della mente; non è una mera reazione come quella che ci fa dire: “Dov’è lo spray?”

Anche a me non fa piacere vedere le formiche girare per il pavimento; la mia prima reazione è: “Dov’è l’insetticida?”. Ma poi la mente riflessiva mi fa comprendere che quelle creature, anche se mi danno fastidio e vorrei che se ne andassero, hanno comunque il diritto di vivere. Questa è la riflessione della mente umana.

La stessa cosa dovrebbe capitare per gli stati mentali spiacevoli. Quindi, se state sperimentando della rabbia, invece di dire: “Eccomi di nuovo arrabbiato!”, cercate di riflettere: “C’è della rabbia”. La stessa cosa con la paura.
Se cominciate a vederla come la paura “di mia madre” o “di mio padre” o “del mio cane” o “mia”, allora tutto diventa un’intricata ragnatela formata da varie creature, da una parte relazionate tra loro in modo confuso, e dall’altra apparentemente prive di ogni connessione.
A questo punto è difficile avere una vera comprensione. Eppure la paura in questo individuo o in quel cane randagio è la stessa. “C’è la paura” e basta. La paura che ho sperimentato non è diversa da quella degli altri.
E allora avremo compassione anche per un vecchio cane randagio. Capiremo che la paura è orribile sia per noi che per il cane. Il dolore che lui prova, quando gli si tira un calcio è lo stesso dolore che provate voi quando qualcuno vi prende a calci.
Il dolore è solo dolore, il freddo è solo freddo, la rabbia è solo rabbia.
Niente è mio, si deve vedere soltanto che “c’è il dolore”.

Questo è un buon modo di pensare, ci aiuta a vedere le cose più chiaramente, invece di rinforzare l’idea di un sé personale. Quindi, dopo aver riconosciuto lo stato di sofferenza – “c’è la sofferenza” – sorge la seconda intuizione della Prima Nobile Verità: “Deve essere compresa”. Questa sofferenza deve essere esplorata.

tratto dal libro “Le Quattro Nobili Verità” del Venerabile Ajahn Sumedho

Ogni bene, Sudhammo

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