Esplorare la sofferenza

 

Vi prego di cercare di comprendere dukkha: guardare veramente, con-prendere ed accettare la sofferenza.
Cercate di comprenderla quando sentite un dolore fisico, o disperazione, angoscia, odio, avversione – qualsiasi forma prenda, qualsiasi connotato abbia, che sia lieve o forte.
Questo insegnamento non significa che per essere illuminati dovete essere assolutamente e totalmente infelici.
Non dovete aspettarvi di perdere tutto o di essere torturati; significa invece saper vedere la sofferenza – anche se sotto forma di un lieve senso di scontento – e comprenderla.

E’ facile trovare un capro espiatorio per i propri problemi.
“Se mia madre mi avesse amato veramente o se quelli intorno a me fossero stati saggi e veramente interessati a farmi vivere in un ambiente giusto, io non avrei tutti i problemi affettivi che ho adesso!”
E’ proprio una sciocchezza! Eppure è così che alcuni pensano, ritenendo di essere infelici e confusi perché non sono stati trattati nel modo giusto.
Ma secondo la Prima Nobile Verità, anche se avessimo avuto una vita piuttosto infelice, ciò a cui dobbiamo guardare non è la sofferenza che ci è venuta da quel tipo di vita, ma quella che sviluppiamo nella nostra mente pensando a quella sofferenza passata.
E questo è il risveglio, è il risveglio alla Verità della sofferenza. Ed è una Nobile Verità perché non getta più la colpa della sofferenza che stiamo provando sugli altri.
L’approccio buddhista è infatti diverso da quello delle altre religioni, perché l’enfasi viene posta sulla liberazione dalla sofferenza attraverso la saggezza, piuttosto che per mezzo dell’unione con Dio o di una particolare condizione estatica di beatitudine.

Con ciò non voglio dire che gli altri non siano mai la sorgente della nostra frustrazione o irritazione, ma ciò che voglio sottolineare qui è la nostra reazione abituale a ciò che capita nella vita.
Se qualcuno si comporta male con noi oppure cerca volutamente e malignamente di nuocerci e noi pensiamo che sia quella persona a farci soffrire, allora non abbiamo capito ancora la Prima Nobile Verità.
Anche se qualcuno vi strappa le unghie o vi tortura in altro modo e voi pensate che state soffrendo a causa di quella persona, non avete capito la Prima Nobile Verità.
Comprendere la sofferenza è capire chiaramente che la vera sofferenza sta nella nostra reazione (pensando, ad esempio, “ti odio”) alla persona che ci sta strappando le unghie. Sentirsi strappare le unghie è doloroso, fa molto male, ma la sofferenza vera è abbinata al “ti odio” o “come puoi farmi questo?” o “non te lo perdonerò mai”.

Non attendete però che qualcuno vi strappi le unghie per praticare la Prima Nobile Verità: cominciate con piccole cose come quando qualcuno vi ignora o è scortese con voi.
Se vi sentite frustrati perché qualcuno vi ha evitato o offeso, potete cominciare a lavorare con questo. Vi sono molte occasioni durante la giornata in cui capita di sentirsi offesi o arrabbiati. Possiamo sentirci urtati anche semplicemente da come uno cammina o guarda. Talvolta noterete di essere irritati solo per il modo in cui uno si muove o perché non fa ciò che dovrebbe fare; ci si può risentire parecchio anche per inezie di questo genere. Quella persona non vi ha fatto alcun male, non vi ha strappato le unghie, eppure soffrite.
Se non riuscite ad osservare la vostra sofferenza in situazioni così semplici, non sarete mai in grado di essere tanto eroici da guardarla mentre qualcuno vi sta veramente strappando le unghie.

Dobbiamo lavorare con le piccole insoddisfazioni della vita quotidiana e osservare quando ci sentiamo irritati o offesi dai vicini, dalle persone con cui viviamo, dai politici, dal modo in cui vanno le cose o anche da noi stessi.
Sappiamo che questa insoddisfazione va compresa e la nostra pratica sarà di guardare a questa sofferenza come ad un oggetto e comprendere: “questa è la sofferenza”.
In tal modo avremo la comprensione intuitiva della sofferenza.

tratto dal libero “Le Quattro nobili Verità” del Venerabile Ajahn Sumedho

Ogni bene, Sudhammo

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