Piacere e dispiacere

 

Talvolta dovremmo chiederci: dove ci ha portato questa ricerca edonistica del piacere fine a se stesso? Sono passati tanti anni, ma l’umanità è più felice? Sembra che oggi tutti abbiano la libertà di fare ciò che vogliono con droghe, sesso, viaggi, ecc.: tutto è permesso, niente è proibito. Vengono puniti solo coloro che si comportano in modo particolarmente violento o particolarmente osceno. Eppure, essersi lasciati andare ad ogni impulso, ci ha reso più contenti e rilassati? In effetti ci ha portato ad essere molto egoisti: non pensiamo al peso che potrebbero avere le nostre azioni sugli altri. Abbiamo la tendenza a pensare soltanto a noi stessi: io e la mia felicità, la mia libertà, i miei diritti. In tal modo divento terribilmente nocivo, causa di frustrazione, dispiacere e dolore per la gente intorno a me. Se credo di poter fare tutto ciò che voglio o dire tutto ciò che mi viene in mente anche a spese degli altri, allora non sarò altro che una persona negativa per la società.

Quando prevale “ciò che voglio io”, quando vogliamo godere di tutti i piaceri della vita, inevitabilmente saremo frustrati, perché la vita ci apparirà senza speranza e tutto ci sembrerà andare storto. Saremo sballottati dalla vita, sempre in preda alla paura ed al desiderio. Anche se avessimo tutto ciò che vogliamo, ci sembrerà sempre che manchi qualcosa, che la situazione sia incompleta. Anche quando la vita va al meglio, c’è sempre questo senso di sofferenza, assillati da qualcosa da fare, paure da vincere, dubbi da superare.

A me, ad esempio, sono sempre piaciuti i bei paesaggi. Durante un ritiro in Svizzera, sono andato a vedere delle bellissime montagne ed ho notato che provavo un senso di pena, perché c’era quella grande bellezza, un continuo susseguirsi di posti meravigliosi. Volevo trattenere tutto, dovevo stare pronto e all’erta per poter consumare tutto con gli occhi. E’ stata un’esperienza logorante! Quello non era forse dukkha?

Ho scoperto che se faccio qualcosa senza consapevolezza – anche qualcosa di innocuo come guardare delle montagne bellissime – se cerco di afferrare qualcosa, ho una sensazione di disagio. Come si fa ad impadronirsi dello Jungfrau o dello Eiger?! Al massimo, si può farne una foto, cercando di catturare il tutto su un pezzo di carta. Questo è dukkha: voler afferrare qualcosa che è bello per non sapersene separare. Questa è sofferenza.

Sofferenza è anche trovarsi in situazioni spiacevoli. Per esempio, non mi è mai piaciuto girare con la metropolitana e mi dico: “Non voglio andare in metropolitana, con tutti quei posters e quelle orribili stazioni. Non mi piace ammassarmi in quei vagoni sotto terra”. La trovo un’esperienza orribile. Allora comincio ad ascoltare quella voce lagnosa che esprime la sofferenza di non voler stare con qualcosa di spiacevole. La osservo, poi lascio andare tutto in modo da stare con il brutto e lo spiacevole, senza soffrirne. Vedo che semplicemente è così e che va tutto bene. Non bisogna crearsi dei problemi, sia sostando in una squallida stazione della metropolitana sia guardando uno splendido paesaggio. Le cose sono come sono, e noi possiamo riconoscerle ed apprezzarle nel loro flusso mutevole senza aggrapparci ad esse. Attaccamento è voler trattenere qualcosa che ci piace; è volerci liberare da ciò che non ci piace o voler qualcosa che non abbiamo.

Possiamo soffrire parecchio a causa degli altri. Ricordo che in Thailandia avevo spesso pensieri negativi verso uno dei monaci. Lui faceva qualcosa ed io pensavo: “non dovrebbe farlo”. Diceva qualcosa e io pensavo “non dovrebbe dirlo”. Avevo sempre in mente quel monaco e anche se andavo altrove mi portavo sempre appresso l’idea di quel monaco e con la percezione sorgevano le stesse reazioni: “Ti ricordi quando lui ha detto questo o ha fatto quello?” e “Non avrebbe dovuto dire questo o fare quello”.

Avendo trovato un maestro come Ajahn Chah, ricordo che volevo che fosse perfetto e pensavo: “E’ un maestro meraviglioso, proprio fantastico!” Ma poteva capitare che facesse qualcosa che mi irritava ed allora pensavo: “Non voglio che faccia niente che mi irriti perché voglio pensare a lui come ad un essere perfetto” ed era come dire: “Ajahn Chah, sii sempre meraviglioso per me. Non fare mai qualcosa che possa far sorgere pensieri negativi nella mia mente”. Insomma, anche quando si trova qualcuno che si ama e si rispetta c’è la sofferenza dell’attaccamento. Inevitabilmente farà o dirà qualcosa che noi non approviamo o che non ci piace, creandoci qualche dubbio, e allora soffriamo.

Una volta giunsero parecchi monaci americani nel nostro monastero di Wat Pah Pong nel nord della Thailandia. Erano molto critici e sembravano vedere solo ciò che era sbagliato. Non pensavano che Ajahn Chah fosse un buon maestro e a loro il monastero non piaceva. Sentii una gran rabbia perché stavano criticando qualcosa che io amavo. Ero indignato e pensavo: “Se non vi piace, andatevene. Lui è il miglior maestro del mondo e se non riuscite a capirlo, allora andatevene!” Questo tipo di attaccamento – essere totalmente devoti – è sofferenza, perché se qualcuno critica colui che amate vi sentite indignati e arrabbiati.

tratto dal libro “Le Quattro Nobili Verità” del Venerabile Ajahn Sumedho

Ogni bene, Sudhammo

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