L’attaccamento è sofferenza

Di solito noi consideriamo la sofferenza come un sentimento, ma un sentimento non è sofferenza: è l’attaccamento al desiderio che è sofferenza. Il desiderio non causa sofferenza; la causa della sofferenza è l’attaccamento al desiderio. E’ bene contemplare e riflettere su questa affermazione, ognuno dal punto di vista di una propria esperienza individuale. Indagate sul desiderio e riconoscetelo per quello che è. Dovete imparare a capire ciò che è naturale ed importante per la sopravvivenza e ciò che non lo è. A volte siamo così concentrati sulle idee che pensiamo che persino il bisogno di cibo sia un desiderio da cui dobbiamo liberarci, ma è una cosa ridicola. Il Buddha non era né un idealista né un moralista; non cercava di condannare niente; cercava solo di risvegliarci alla verità in modo che potessimo vedere le cose chiaramente.

Una volta che ci sia questa chiarezza e correttezza di vedute, non ci sarà più sofferenza. Continuerete a sentire fame, continuerete ad avere bisogno di cibo, senza che ciò diventi un desiderio. Il cibo è un’esigenza naturale del corpo. Il corpo non è il mio io, ha bisogno di cibo, altrimenti si indebolirà e morrà. Questa è la natura del corpo e non vi è nulla di sbagliato in essa. Se, per eccesso di intellettualismo e rigore, ci identifichiamo con il nostro corpo, la fame diventa un problema, poiché pensiamo che sia un bene astenersene: questa non è saggezza, è solo follia.

Quando vedete chiaramente l’origine della sofferenza, capite che il problema è l’attaccamento al desiderio, non il desiderio in sé. L’attaccamento porta ad ingannarsi, poiché si pensa che il desiderio sia veramente “me” o “mio”. “Questi desideri sono me e allora c’è qualcosa di sbagliato in me che ho questi desideri”. Oppure: “Non mi piace come sono, devo cambiare e diventare qualcos’altro”. Oppure: “Devo sbarazzarmi di quella certa cosa prima di diventare quello che voglio essere”. Tutto ciò è desiderio. Ascoltatelo, osservatelo soltanto, senza dire se è bello o brutto, semplicemente riconoscendolo per ciò che è.

 

tratto dal libro “Le Quattro Nobili Verità” del Venerabile Ajahn Sumedho

 

Ogni bene, Sudhammo

 

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