Kamma

 

La parola kamma significa letteralmente “azione”, “fare”.

Nel buddhismo sta a significare “l’azione voluta” e non tutte le azioni in generale.
La volontà in senso relativo, può essere buona o cattiva: allo stesso modo il kamma in senso relativo può essere buono o cattivo. Il kamma, buono o cattivo, ha per effetto la forza di continuare nella direzione, che sia buona, che sia cattiva, e che appartiene al cerchio della continuità (samsara).

La teoria del kamma non deve essere confusa con la “giustizia morale”, o con “ricompensa” o “punizione”.
La teoria del kamma è “la causa ed effetto”, di azione e reazione: è una legge naturale che non ha nulla a che fare con le idee di giustizia,di ricompensa o di punizione.
Ogni azione voluta produce effetti e risultati.
Il fatto che una buona azione produca effetti buoni e una cattiva produca effetti cattivi non è un fatto di giustizia, di ricompensa o di punizione, ordinate da una potenza che giudica la natura dell’azione, ma è in virtù della loro stessa natura, della loro stessa legge. Non è poi così tanto difficile da capire. 

Si è visto che un essere non è altro che una combinazione di forze, di energie mentali e fisiche.
Quando arriva la morte tutte queste cose cessano, ma quello stato che chiamiamo morte è il totale arresto delle funzioni dell’organismo fisico. Ma queste forze non cessano con la morte, così come sostiene il buddhismo. La volontà, la volizione, il desiderio, la sete di esistere delle vite, delle esistenze, il mondo intero.
Secondo il buddhismo, questa forza non si ferma con l’arrestarsi delle funzioni del corpo al momento della morte, ma continua manifestandosi in altre forme, producendo una ri-esistenza che potremmo chiamare rinascita.

La questione a questo punto è che se non c’è una entità permanente immutabile, una sostanza come quella di un “sé” o di un’anima, allora che cosa è quello che può resistere o rinascere dopo la morte?
Quella che chiamiamo “vita”, è la combinazione dei cinque aggregati, una combinazione di forze fisiche e mentali. Queste variano in continuazione, istante per istante. Ogni momento nascono e muoiono. Di conseguenza, anche ora, in questa vita presente, ogni momento nasciamo e moriamo, ma nonostante continuiamo a vivere.
Se comprendiamo che in questa vita possiamo continuare ad esistere senza una sostanza permanente e immutabile come un “sé” o una “anima” perché non dovremmo comprendere che quelle stesse forze possano continuare ad esistere una volta che il copro smette di funzionare? 

Quando il corpo è nella condizione di non funzionare più, le energie non muiono con lui, ma continuiamo ad esistere prendendo un’altra forma, che noi convenzionalmente chiamiamo “una nuova vita”.
Poiché non esiste una sostanza impermalente e immutabile, nulla si trasmette da un istante all’altro. Così è evidente che nulla di permanente o di immutabile può passare o trasmigrare da una vita all’altra.
Si tratta di una serie continua, senza interruzione, che cambia in ogni momento. Questa serie non è altro che il movimento, come fosse la fiamma di un camino che brucia e cambia in continuazione tutta una notte. E’ la “continuità” della stessa serie.
La differenza tra la vita e la morte non è che un istante mentale: l’ultimo istante  di attività mentale in questa vita condizionerà il primo istante di attività mentale nella cosiddetta nuova vita che è la continuità della serie.
Per tutto il tempo in cui ci sarà sete di essere e di divenire il ciclo della continuità andrà avanti. Si fermerà solo quando la forza che lo muove sarà tagliata via, spazzata dalla saggezza che avrà la visione della Realtà, della Verità, del Nibbana.

tratto dal libro “L’insegnamento del Buddha” di Walpola Rahula

Ogni bene, Sudhammo

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