Il Divenire e la Transitorietà

Nel samsara, l’esistenza materiale e mentale (cioè, ogni oggetto esistente: cose, persone, esseri, fenomeni, situazioni) è l’interazione di una pluralità di forze o eventi o elementi, i quali sono tutti ulteriormente analizzabili, detti “dharma”. Essi sono impermanenti, attivi, condizionati, ossia soggetti a nascita e distruzione. Il processo del mondo è pertanto un processo di cooperazione di vari tipi di dharma: tutto è combinazione di qualche cosa, di condizioni, che si uniscono e poi si separano di nuovo, senza per questo avere natura ed essenza proprie. E’ dall’impermanenza che derivano le altre due caratteristiche dell’esistenza: insostanzialità e sofferenza.

I dharma dunque sono manifestazioni momentanee, lampeggiamenti effimeri che durano soltanto per un momento singolo, dato che scompaiono non appena sono comparsi, per essere seguiti da un’altra esistenza nel momento seguente. Come i dharma sono separati nella dimensione spaziale (non essendo legati l’un l’altro da nessuna sostanza onnipervadente), altrettanto avviene nella dimensione temporale: due momenti non possono unirsi, quindi non c’è durata reale, non c’è tempo aldifuori del momento. Un elemento è perciò simile ad un punto spazio-temporale.

Impressionato dalla transitorietà e dall’incessante mutazione e trasformazione delle cose, Sakyamuni Buddha considera tutti gli oggetti e fenomeni della natura quali forze, movimenti, sequenze e processi, adottando così una concezione dinamica della realtà. Il mutamento, il divenire, è la stoffa stessa della realtà: qualunque cosa abbia una causa deve perire, perchè contiene in se stessa l’implicita necessità della dissoluzione.

Nel mondo non vi è nè permanenza nè identità. Non vi è nulla di stabile, di duraturo e di permanente: il sole e la luna sorgono e poi tramontano, il giorno è seguito dalla notte, le stagioni si alternano senza posa. Il ricco diventa povero e il povero ricco, l’amico diventa nemico e viceversa. Tutto cambia, d’ora in ora, di minuto in minuto, d’istante in istante, come il corso d’una cascata che – benchè ci appaia sempre uguale – è tuttavia in continuo cambiamento, poichè l’acqua vi si rinnova incessantemente e non una goccia resta al suo posto.

Impermanenza significa che tutti i fenomeni (cose, esseri, sensazioni, emozioni, pensieri, situazioni) sono soggetti a nascere, durare un certo tempo e passar via o sparire. Ogni cosa esistente è un insieme di elementi in relazione tra loro, transitori e soggetti ad un continuo cambiamento. Tutto ciò che ha inizio, ha fine.

L’impermanenza è appunto questo processo di continua creazione e distruzione dei fenomeni. Essa ha due aspetti:  

  • grossolano: è la cessazione, morte o scomparsa dei fenomeni;
  • sottile: è la continua trasformazione dei fenomeni, istante per istante.

Senza impermanenza, la vita non sarebbe possibile: un seme di grano non potrebbe crescere, un bambino non potrebbe diventare adulto, non si potrebbe cambiare un certo tipo di governo.

E’ errato pensare che Bergamo esista oggi come l’anno scorso, così come sarebbe sbagliato credere che io sia oggi lo stesso di quando ero nel ventre di mia madre. E tutto ciò che esiste, ineluttabilmente finirà: i mondi verranno distrutti dal fuoco, dall’acqua e dall’aria e gli esseri moriranno. Ciascun dharma infatti viene influenzato simultaneamente da 4 forze (saËskõra) differenti, che sono quelle… 

  • della genesi, nascita o produzione;
  • della conservazione o mantenimento;
  • del decadimento;
  • della distruzione, morte od estinzione.

Queste forze influenzano – sempre insieme e contemporaneamente – ognuno dei suddetti elementi (dharma) in ogni momento della sua esistenza.

Anche la nostra personalità, il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale ed ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici (dharma) interconnessi e in relazione tra loro – non limitati alla vita presente ma radicati in esperienze passate e proiettati in quelle future. L’individuo è solo una combinazione di forze od energie psico-fisiche, che mutano continuamente, definibili in 5 gruppi o aggregati:

  • la materia fisica,
  • l’aggregato delle sensazioni
  • l’aggregato delle percezioni o discriminazioni
  • l’aggregato delle strutture mentali
  • l’aggregato della coscienza

che operano in modo condizionato ed interdipendente.

I termini “io” o “individuo” sono solo nomi dati convenzionalmente alla combinazione di questi aggregati, che in un determinato momento si trovano ad esistere. Tale io è condizionato, soggetto a cambiamento, perituro e impermanente e, di conseguenza, insoddisfacente. Quando i 5 skandha operano insieme nasce l’idea di “io”, a cui l’uomo si aggrappa per avere sicurezza, ma essa è falsa perchè non c’è nulla aldilà del fatto che questi aggregati operino insieme.

Del resto, tutta la realtà fenomenica è un complesso di fattori interdipendenti e condizionati aldilà dei quali non c’è nulla: nessuna sostanza si nasconde dietro la generazione (o produzione), la mutazione (o cambiamento) e la distruzione (o cessazione) di un fenomeno. Tutto ciò porta alla legge di produzione interdipendente: non c’è una causa prima nè una sostanza inerente, e i fenomeni esistono non in quanto cose ma in quanto avvenimenti: a determinate cause e condizioni corrispondono determinati effetti, a loro volta causa e condizione di altri effetti in una catena ininterrotta.

Ma come avviene che in questo divenire senza inizio nè fine giungiamo ad immaginare cose piuttosto che processi? ciò càpita perchè chiudiamo gli occhi davanti alla successione degli eventi: il che pratica dei tagli nell’incessante corrente del mutamento e li denomina “cose”. La vita non è una cosa, nè uno stato, ma un continuo movimento e mutamento: nulla è ora lo stesso di come era un attimo fa.

Il nostro stesso “io” è un complesso di sensazioni, idee, pensieri, emozioni e volizioni in continua trasformazione ed evoluzione. Un fenomeno si presenta istantaneamente e dà luogo ad un altro, così come un pensiero ne fa sorgere un altro.

Come non riusciamo a distinguere la trasformazione della panna in burro, così non siamo in grado di percepire il fluire costante degli oggetti che compongono il tutto.

Una cosa non è altro che una serie di stati, il primo dei quali viene considerato come causa del secondo, perchè sembrano della medesima natura. L’apparente identità fra un momento e l’altro consiste in una continuità di momenti, sempre diversi: ma lo spettatore crede erroneamente che l’universo sia un’esistenza permanente – proprio come un bastone ardente, agitato in circolo, produce l’apparenza di un cerchio completo; o come la proiezione di un film, pur avvenendo con interruzioni (24 immagini al secondo), alla nostra retina sembra avvenire con continuità.

Con Metta, Bianca Nimmala

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