Cosa ci insegna l’impermanenza

L’impermanenza porta il praticante a creare un atteggiamento mentale diverso dal consueto. Innanzitutto, quando consideriamo l’impermanenza, apprezziamo di più le cose e le situazioni: una stella cadente è molto bella perchè il tempo in cui la possiamo vedere è brevissimo; anche il tramonto è bello perchè non dura tutto il giorno.

Ma l’impermanenza ci insegna soprattutto a guardare le cose e le situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione. Noi soffriamo non perchè l’impermanenza sia di per sè sofferenza, ma perchè non riusciamo ad accettare che le cose cambino. Nel nostro desiderio di stabilità, ci riteniamo traditi quando ci accorgiamo che il samsara è un complesso di fenomeni in continua evoluzione, che non ci è possibile controllare completamente e nel quale non si trova una realtà ultima dotata di una natura permanente ed immutabile in cui possiamo confidare.

Secondo l’opinione corrente, la permanenza dà sicurezza, l’impermanenza no. Pensiamo che cambiamento equivale a perdita e sofferenza: vogliamo disperatamente che tutto continui così com’è. In realtà, invece, l’unica cosa durevole è paradossalmente proprio l’impermanenza. E la nostra lotta per trattenere le cose così come oggi sono non solo è impossibile, ma – ironicamente – ci provoca proprio quella sofferenza che vogliamo evitare. L’errore sta nel fatto che – per essere felici – ci afferriamo a ciò che è per natura inafferrabile. Invece di aggrapparci disperatamente alle cose e tenerle strette dovremmo imparare ad allentare la presa e a lasciar andare: accettiamo l’impermanenza, gustando nello stesso tempo la vita senza possessività: col tempo, avverrà una trasformazione nel nostro modo di vedere le cose.

L’insegnamento buddhista sull’impermanenza e sul non-sè è una chiave per considerare le cose per quelle che sono: la povertà non è meno transitoria della ricchezza, la stupidità non lo è meno della saggezza. Una tale visione ci libera dall’attaccamento alle cose del mondo e ci infonde il coraggio di affrontare – senza avversione – gli inevitabili cambiamenti che intervengono nella vita: dalla perdita della giovinezza (e della vita stessa) ai mutamenti legati agli affetti, al lavoro, alla salute.

In realtà, il mondo è come il susseguirsi dei fotogrammi di una pellicola cinematografica: non c’è nessuna sostanza che abbia una durata ; e gli elementi non mutano, ma scompaiono. Ne consegue la negazione del movimento: un elemento non può muoversi, poiché scompare non appena è apparso e quindi non c’è tempo perché possa muoversi. In effetti, quello che chiamiamo movimento è una serie di manifestazioni separate o lampeggiamenti che sorgono contiguamente l’uno all’altro, cioè apparizioni consecutive di nuovi elementi in nuovi posti. Tale divenire non esclude però  l’impressione di una durata o continuità che – in realtà – non esiste.

E’ impossibile possedere le cose (o le situazioni) perché queste ci fuggono in virtù della transitorietà e dell’impermanenza. E chi crede di riuscirci, si illude come colui che tenta di fermare il tempo spaccando l’orologio.

Comprendere l’impermanenza porta ad accettare il presente : quello che sappiamo è di essere “qui ed ora”, la nostra consapevolezza riguarda il momento presente, senza dar spazio e proiezioni per il futuro e senza “ricamare” sui ricordi del passato. E siccome è sempre il momento presente, accettare il presente significa accettare la vita.

Con Metta, Bianca Nimmala

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