L’insostanzialità

Se ogni fenomeno è transitorio, vuol dire che è privo di una qualsiasi essenza, sostanza o identità inerente. Quindi, i dharma non esistono come realtà ultime, assolute, come vere sostanze.

Non vi è nessuna vera sostanza oltre i dati sensoriali: aldilà di essi non c’è assolutamente nulla a cui poter attribuire il nome di sostanza materiale. Un tavolo, un libro, ecc. sono finzioni verbali ed empiriche perchè ogni oggetto materiale non è che uno spazio immenso popolato da atomi separati da distanze relativamente fantastiche in rapporto alle loro dimensioni. A loro volta, gli elettroni, i protoni e le particelle subatomiche che compongono gli atomi possono unirsi ed annientarsi l’un l’altro, risolvendosi in un’energia che si trasforma ad ogni frazione di secondo: attrazioni e repulsioni determinano diversi equilibri.

Analogamente, non c’è nessuna vera sostanza spirituale  (o anima) oltre gli elementi mentali (idee, volizioni, sensazioni affettive, ecc.). Infatti, anche la coscienza è un complesso costituito da fuggevoli stati mentali. Ognuno di essi, una volta passato, non ritorna e non è assolutamente identico a quello che era prima. Questi stati cambiano continuamente, ma noi – che siamo oscurati dal velo dell’illusione – interpretiamo a torto questa continuità apparente come un’entità inalterata ed eterna, come un’individualità costante, sostanziale, immutabile e definita. E’ un po’ come la riva del mare, costituita in realtà da un numero infinito di particelle di sabbia, che però ci appaiono come un’immensa spiaggia unita, solida e compatta.

L’io o essere, quindi, non è che questo processo di fenomeni psico-fisici in continuo apparire e sparire, collegati tra loro dalla forza karmica di ogni singolo individuo ma non legati ad alcuna sostanza (o principio) stabile – il che toglie ad essi ogni permanenza di fissità: questo flusso ininterrotto o continuità  di fenomeni psico-fisici ha la sua origine nel passato infinito e la sua continuazione nel futuro nel senso che, con la morte, la coscienza non muore che per dare origine alla nuova coscienza in una nuova vita. Questo nuovo essere non è identico al precedente (i suoi skandha non sono gli stessi aggregati del suo predecessore), ma non è nemmeno un qualcosa di diverso da esso in quanto vi è una continuità di vita, una successione di stati concatenati (il nuovo individuo fa pur sempre parte della stessa corrente di energia karmica): l’essere che muore trasmette la sua forza karmica al nuovo e quest’ultimo è condizionato dal karma dell’essere che l’ha preceduto.

Vi è dunque una personalità in senso puramente empirico e relativo: “samtana” è appunto il flusso di fatti interconnessi che – in questo senso – indica l’individuo. Tale flusso i 18 dhatu, cioè gli elementi sia fisici che mentali, gli elementi del proprio singolo corpo e gli oggetti esterni in quanto costituenti l’esperienza di una data personalità. I 18 dhatu sono tenuti insieme da una forza speciale detta “prapti”,  che agisce soltanto nei limiti di un singolo flusso e non oltre. 

Con Metta, Bianca Nimmala

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