L’insegnamento della sofferenza

“Ignoranza” è non vedere le cose come realmente sono nelle loro 3 caratteristiche fondamentali, cioè come impermanenti, insoddisfacenti e prive di un proprio sé. Ora, da una simile cecità non proviene che dolore: infatti, o le cose e le persone ci procurano fin dall’inizio sensazioni spiacevoli, per cui ci irritiamo e le avversiamo con ostilità e violenza (odio) ; oppure ci dànno invece sensazioni piacevoli, per cui ci si attacca ad esse come se fossero eterne – e da qui sorge il timore di perderle (se si possiedono) o il desiderio di possederle (se non si hanno ancora): in un continuo susseguirsi di ricerche di cose o situazioni che ci si illude siano durevoli e in un perpetuo alternarsi di delusioni quando esse decadono inevitabilmente e ci sfuggono di mano.

I fenomeni dell’esistenza sottomessi alla causalità e trascinati nel divenire si succedono in serie e non durano che un momento; destinati alla sparizione, essi sono transitori e di conseguenza dolorosi. Il fatto di non riconoscere nella nostra ignoranza e quindi di non accettare il dato di fatto che i fenomeni sono effimeri, ma di desiderare che tutto resti immutabile cercando di fermare il cambiamento, provoca sofferenza, insoddisfazione, frustrazione.

La natura fondamentale  della nostra mente è da sempre libera da qualsiasi forma di sofferenza: è intelligenza, amore, compassione, comprensione, gioia. Queste qualità sono da sempre presenti nell’essere umano, mentre l’odio e le altre emozioni negative non sono inerenti alla mente umana, sono soltanto frutto di un’erronea comprensione. Che cosa allora impedisce di godere di uno stato di perenne felicità? Un errore della mente nella percezione di sè e del mondo, errore consistente nel considerare reale ciò che reale non è : l’esistenza di un io intrinsecamente esistente.

La consapevolezza ordinaria di se stessi è superficiale, distratta, appoggiata su un’identità auto-costruita e quindi impossibilitata ad accedere alla comprensione di “come le cose effettivamente accadono”.

Se ci si basa su persone che oggi ci sono amiche o su una situazione attualmente favorevole per riprometterci benefìci duraturi ed immutabili, ci si affida a qualcosa  di effimero, di inautentico e di continuamente cangiante. Nel momento in cui si chiede loro quello che non sono, non possono che diventare inaffidabili, anche se il difetto sta nelle nostre aspettative e non in ciò a cui ci abbandoniamo fiduciosi: le cose e le persone sono molto raramente come noi vorremmo che fossero e sono invece, più spesso, tutto l’opposto. La caratteristica principale del regime dell’ “io-mio” è quella di aspettarci la felicità da ciò che non è in grado di darla. Accecato dall’illusione della molteplicità fenomenica, l’uomo si aggrappa al miraggio d’una felicità che appare a portata di mano, immaginando di poter conquistare per sempre i piaceri della ricchezza, della bellezza, della cultura, dell’amicizia, del potere; ma alla fine egli si ritrova deluso e, spesso, sommerso dai frammenti di un progetto che assume il senso di un naufragio esistenziale.

Le nostre azioni si fondano sull’illusione di avere qualcosa da difendere e di dover lasciare un segno nel mondo, indispensabile per affermare la nostra esistenza separata e senza il quale pensiamo di non avere valore. La causa della sofferenza risiede proprio nel volerci costruire un’identità separata, temendo che non ci resterà nulla o che ciò che ci resterà sarà un’uniformità insipida, uno stato senz’anima,  senza fantasia nè spirito.

L’effettiva realtà della sofferenza consiste nel fatto che – qualunque cosa facciamo – la vita contiene insoddisfazione e pena : se godiamo il piacere, abbiamo paura di perderlo o ci sforziamo di aumentarlo o prolungarlo; se non lo godiamo, ci preoccupiamo di cercarlo ; e se soffriamo un dolore, vogliamo cacciarlo. C’è un continuo darsi da fare, un’incessante ricerca del momento successivo, un vorace aggrapparsi alla vita, uno stato di agitata e tumultuosa irrequietezza.

Tre tipi di sofferenza riguardano tutti gli esseri senzienti:

1. “la sofferenza della sofferenza”  è quella che subiamo concretamente nell’infelicità e nel dolore, cioè il dolore fisico o mentale che è provato realmente : ad es., il dolore fisico del mal di testa o l’ansia per un amico in difficoltà;

2. “la sofferenza [come effetto] del cambiamento”  è dovuta all’impermanenza di tutte le cose e situazioni del saËsõra, per cui un fenomeno piacevole tende col tempo a cambiare e a deteriorarsi, divenendo spiacevole (ossia, il piacere prolungato si trasforma in dolore): per es., se abbiamo fame ci procuriamo degli alimenti che da principio ci soddisfano, ma l’eccessivo attaccamento al piacere del cibo ci fa mangiare troppo e così stiamo male; oppure passando dall’ombra al sole, inizialmente godiamo il calore, ma dopo – quando abbiamo troppo caldo – cerchiamo di nuovo il refrigerio dell’ombra; oppure il rilassarci dopo le fatiche del lavoro ci dà un certo piacere, che però – se troppo prolungato – finisce con l’annoiarci;

3. “la sofferenza onnipervadente”  è la sofferenza potenziale, latente, che è insita ed implicita nella stessa esistenza di questo corpo e di questa mente, cioè nella nostra natura. Infatti, tutto ciò che è composto, prodotto o condizionato ha una natura insoddisfacente per la dipendenza e precarietà della sua stessa esistenza. Per gli uomini si tratta dunque della sofferenza di possedere questo tipo di corpo e mente [umani], che sono soggetti ad attirare il dolore come una calamita attrae il ferro: il solo fatto di possedere questo corpo e questa mente contaminati è la fonte di tutti i nostri guai. Per es., un caso di “sofferenza del soffrire” è il mal di pancia; ma il fatto che la nostra pancia funzioni in modo tale da potersi ammalare, questa è la “sofferenza che tutto pervade”.

Nessuna delle 6 classi di esseri è esente da questi 3 tipi di sofferenza; inoltre, ciascuna di esse ne subisce dei tipi che le sono più propri descritti nella trattazione dei 6 regni samsarici.

Otto tipi di sofferenza sono sopportati dall’umanità: gli esseri umani hanno cioè la sofferenza… 

  • della nascita (anzi, l’embrione soffre fin dal momento del concepimento);
  • della vecchiaia;
  • della malattia;
  • della morte;
  • di esser separati da ciò che desideriamo o a cui siamo attaccati (amici, parenti, beni luoghi, ecc.);
  • di trovarci in situazioni indesiderate od ostili (incidenti, persone nemiche);
  • di non riuscire a realizzare tutti i propri desideri, cioè di non incontrare la felicità cercata (benefìci economici, fama, amori, ecc.);
  • di avere un corpo samsarico (che mentre subisce le sofferenze provenienti dalle azioni karmiche, produce un ulteriore karma che causa la sofferenza delle vite future).

Inoltre, dal punto di vista psicologico, l’uomo può sperimentare gli stati d’animo e le sofferenze – oltre che del proprio stato samsarico – anche degli altri 5 regni d’esistenza: la sofferenza di ciascuno di questi ultimi ha la sua controparte psicologica nel regno umano. Così 

1. quando si dubita di sè e del proprio mondo e si pensa che ci sia qualcosa fuori di noi da attaccare, combattere e vincere, si è adirati ed aggressivi contro qualcosa e si cerca di distruggerlo cosicchè più è forte la nostra ostilità e più l’ambiente circostante risponde con uguale aggressività (per cui il processo diventa autodistruttivo): diveniamo l’odio stesso e perseguitiamo noi stessi continuamente. Questa aggressività è l’inferno: esso non è qui considerato come un luogo fisico, ma come una condizione (o stato) della mente e precisamente come un mondo di fantasie nevrotiche ed allucinate in cui si entra e che poi si considera reale;

2. si sperimenta il mondo animale  quando ci comportiamo con brutalità e testardaggine o quando tiriamo avanti faticosamente ed ottusamente (ci limitiamo a sopravvivere), aggrappati al nostro mondo che è sicuro, metodico e tranquillo, ci è familiare e con cui abbiamo dimestichezza, ignorando volutamente ciò che ci sta attorno e chiudendo le orecchie ai messaggi e alle situazioni imprevedibili che potrebbero compromettere la sicurezza di seguire modi consueti, gretti ed unilaterali;

3. si vive la condizione di asura  quando ci si sforza di realizzare condizioni ideali di piacere e di superiorità, ossessionati dal voler misurare il nostro progresso e dal volerci paragonare agli altri : si lotta sempre per controllare l’egemonia della propria posizione, si è decisi a difendere ed a mantenere la propria felicità, preoccupandoci che gli altri tentino di strapparcela ; per cui si ha la tendenza a sospettare di ognuno e di ogni cosa, cosicchè ogni esperienza della vita è considerata una minaccia e si agisce esclusivamente nell’intrigo, nella gelosia e nell’invidia. L’esistenza degli asura è come la competizione e la rivalità negli affari e nella politica;

4. se invece si ha la brama insaziabile di accumulare, possedere, indossare o mangiare, la gioia del possesso – una volta che possediamo – non dà più soddisfazione e siamo costantemente alla ricerca di qualcosa di nuovo da acquisire. Si intravede una possibilità di soddisfazione, si fa per realizzarla ed è subito delusa; ma la brama è così esigente che non ci si scoraggia e si continua così senza tregua. E’ come l’analogia secondo cui il giardino del vicino è sempre più verde: appena il giardino diventa nostro, la gioia o l’apprezzamento della sua bellezza come la vedevamo prima non ci sono più. I preta sono come quelle persone immensamente ricche ma mai soddisfatte, che si gettano in operazioni economiche una dopo l’altra o trascinano estenuanti processi giudiziari causati dalla loro avidità;

5. la vita del regno dei deva si verifica infine allorchè l’atteggiamento è l’orgoglio, cioè quando si ha la soddisfazione di “essere” qualcuno (si diviene consapevoli della propria  individualità), si raggiunge il successo o la meta agognata (si diventa miliardari, ministri, artisti celebri….) e ci si rende conto che ce l’abbiamo fatta, che siamo arrivati, e ci sentiamo “in paradiso”. I deva sono come quelle persone ricche e tranquille, che conducono una vita di agi senza aver mai bisogno di lavorare col cervello perchè non costretti ad affrontare vicende difficili o dolorose, ma talmente anestetizzati da non aver alcuna consapevolezza della loro reale situazione.

Tutto il samsara è quindi soggetto al dolore, inteso questo in senso lato e quindi comprensivo di sofferenza, afflizione, angoscia, angustia, disperazione, dispiacere, pena, frustrazione, disagio e di ogni altro tipo d’infelicità.

Nell’ambito del samsara la condizione umana è tipica, perchè è l’unica specie di esseri che è fornita di un potenziale per la propria trasformazione spirituale: lo sprona a questa trasformazione è proprio costituita dalla sofferenza, allorquando operano nell’uomo l’intelligenza e la consapevolezza di cui è dotato.

Quindi, la sofferenza è un fattore molto importante perchè ci induce a rivolgerci al Sentiero spirituale e a seguire il Dharma, facendoci infine ottenere la felicità – vera e permanente – dell’Illuminazione.

Ma la sofferenza ci può insegnare molto per diventare felici anche ad un livello puramente samsarico. Così, dovremmo esser consapevoli della nostra buona salute (quando l’abbiamo) e di apprezzarla, e non di considerarla come una cosa scontata: quando abbiamo mal di denti, soffriamo molto e pensiamo che non averlo sia una cosa stupenda ; ma quando non l’abbiamo più, non ne gioiamo molto. Ci sono molte altre condizioni di felicità intorno a noi (il fatto di non esser disoccupati, di essere liberi, ecc.), ma non sapendo entrarci in contatto perpetuiamo la nostra sofferenza.

Ma soprattutto l’infelicità può farci diventare più compassionevoli: il nostro dolore ci fa capire quello degli altri, che soffrono al pari di noi e, spesso, più di noi e che quindi meritano il nostro aiuto. Il modo più pratico per liberarsi dal proprio dolore è il dedicarsi il più possibile agli altri. Dobbiamo cioè cambiare l’attitudine di prendere a cuore noi stessi con quella di preoccuparci delle altre persone.

Dedicarsi agli altri è l’unico modo per essere veramente felici.

 

Con Metta, Bianca Nimmala

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