A chi vive in comunità

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La vita in comunità, se si basa sul volontariato, secondo me è un’ottima cosa. Trova giustificazione nel fatto che gli uomini dipendono naturalmente gli uni dagli altri. Vivere in comunità è un po’ come vivere in una grande famiglia che corrisponde ai nostri bisogni. Ci si unisce a un gruppo perché gli si riconoscono determinate qualità. Si lavora insieme. Ciascuno svolge le sue mansioni quotidiane e riceve la sua parte dello sforzo comune. Mi sembra una soluzione pratica.

In qualsiasi gruppo si manifestano punti di vista contraddittori. Io lo considero un vantaggio. Più si incontrano opinioni diverse, più si ha occasione di acquisire una nuova comprensione degli altri e di migliorarsi. Se si entra in conflitto con quanti la pensano in modo diverso, tutto diventa difficile.

Non fissiamoci sulle nostre idee personali, e dialoghiamo con gli altri, tenendo un atteggiamento di grande apertura. Così potremo mettere a confronto opinioni contrastanti e far emergere un punto di vista nuovo.

Ovunque, nelle famiglie e negli altri gruppi sociali, il dialogo è molto importante. Fin dall’infanzia, quando scoppia un litigio, evitiamo di avere subito pensieri negativi, di dirci: “Come posso fare per sbarazzarmi di questo tipo?”. Senza arrivare a chiederci come dargli man forte, cerchiamo almeno di ascoltare quello che vuole dire. Prendiamo questa abitudine.

A scuola, in famiglia, quando scoppia un litigio innanzitutto instauriamo un dialogo, e approfittiamo di questo scambio verbale per riflettere.

Abbiamo la tendenza di pensare che essere in disaccordo significhi automaticamente essere in conflitto, e che un conflitto si concluda con un vincitore e un vinto o, come si dice, con un orgoglio umiliato. Evitiamo di vedere le cose in quest’ottica. Cerchiamo sempre un terreno d’intesa.

L’essenziale è interessarsi subito dell’opinione dell’altro. Di certo è una cosa di cui siamo capaci.

tratto dal libro: I consigli del cuore

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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