Ai pessimisti

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A quelli che sono pessimisti e si tormentano di continuo mi viene voglia di dire: quanto siete stupidi!

Un giorno, negli Stati Uniti, ho incontrato una donna che era molto infelice senza una vera ragione. Le ho detto: “Non si renda infelice! È giovane, le restano ancora molti anni da vivere, non ha alcuna ragione di tormentarsi!”. Lei mi ha chiesto perché mi impicciavo negli affari suoi. Io mi sono sentito triste. Le ho risposto che parlare così non serviva a niente. Le ho preso la mano, le ho dato una pacca amichevole e lei ha cambiato atteggiamento.

Le persone di questo genere si possono aiutare solo con l’amore e con l’affetto. Non un amore di facciata, fatto di parole vuote, ma un sentimento che sgorghi dal cuore. Quando si discute si fa riferimento alla ragione, ma quando si manifesta davvero amore o tenerezza si comunica in modo diretto. Alla fine quella donna è cambiata. Si è messa a ridere di cuore.

Se siete pessimisti pensate che fate parte della società umana e gli umani nel fondo del loro essere provano naturalmente amore gli uni per gli altri. Voi troverete sempre fra loro qualcuno in cui riporre la vostra speranza, qualcuno degno di essere preso a esempio. Tormentarsi come fate non serve a niente.

Date ai vostri pensieri una svolta positiva. È un errore dirsi che tutti sono cattivi. Certo gli esseri malvagi esistono. Ma non vuol dire che tutti gli esseri sono malvagi. Ce ne sono tantissimi nobili e generosi.

Coloro che percepiscono il mondo in questo modo non si fidano di nessuno e si sentono soli. Ma in fondo si sentono soli perché non pensano abbastanza agli altri. Quando non pensiamo abbastanza agli altri, li giudichiamo a partire da noi stessi, e immaginiamo che ci percepiscano nello stesso modo in cui li percepiamo noi. In questo caso non sorprende che si provi un sentimento di solitudine.

Mi ricordo una storia che ho vissuto di persona. Mostra i benefici di un atteggiamento positivo. Un giorno è venuto a Dharmasala un uomo che intratteneva buoni rapporti con la Cina comunista. Doveva avere più di settant’anni. Ci siamo incontrati per la prima volta nella stanza in cui ci troviamo ora.

Molte persone di qui, sapendo che arrivava, l’avevano etichettato in anticipo come “comunista cinese”, e avevano denigrato la sua immagine. Lui stesso diceva di ammirare la Cina e faceva pensare di essere schierato con il governo cinese. La conseguenza fu che al momento dell’incontro c’era una specie di malessere nell’aria. Personalmente non avevo niente contro di lui: per me era un essere umano come gli altri, e se credeva ai cinesi era perché non disponeva di informazioni sufficienti. La situazione del Tibet era realmente tragica, non gli avrei certo raccontato il contrario per fargli piacere. Gli avrei detto le cose come realmente stavano.

Fin dal primo incontro si è rivolto a me con un tono polemico, ma io l’ho guardato semplicemente come un essere umano e gli ho parlato del Tibet in maniera molto amichevole.

Il secondo giorno il suo atteggiamento è completamente cambiato. All’inizio il confronto lo metteva a disagio. Se anch’io avessi manifestato del nervosismo, ci saremmo trincerati sempre di più sulle nostre posizioni, non avrei ascoltato le sue argomentazioni e lui non avrebbe prestato attenzione alle mie. Considerandolo un essere umano, dicendomi che tutti gli esseri umani si somigliano, ma talvolta sono disinformati, e comportandomi con lui in modo cordiale, a poco a poco sono riuscito a farlo aprire.

Ci sono persone che vedono solo il lato negativo delle cose. È sorprendente.

Nella comunità tibetana in esilio, per esempio, ci troviamo tutti nella stessa situazione, siamo rifugiati, ma alcuni di noi sono sempre contenti e hanno voglia di raccontare solo cose piacevoli che danno speranza, altri invece sembrano non vedere nulla di buono in nulla. Parlano male di tutto e si tormentano in continuazione.

Com’è scritto nei testi buddhisti, il mondo può apparire favorevole oppure ostile, pieno di difetti o pieno di qualità: è tutto nei nostri pensieri.

In linea generale non esiste niente che abbia soltanto vantaggi o soltanto inconvenienti. Tutti gli oggetti di cui ci serviamo – il cibo, gli abiti, le case – e tutti gli esseri con cui viviamo – la famiglia, gli amici, i superiori, i maestri, i discepoli e così via – hanno qualità e difetti insieme. È così. Per valutare correttamente la realtà bisogna prendere atto di tali aspetti buoni e cattivi.

Da un certo punto di vista è possibile vedere tutto in luce positiva. Persino la sofferenza può essere considerata benefica.

Non sto parlando in un’ottica religiosa. Osservo semplicemente che chi ha superato molte prove di solito non si lamenta alle prime difficoltà. Le sofferenze subite da tali persone hanno forgiato il loro carattere, le hanno dotate di una maggiore larghezza di vedute, di uno spirito più stabile, più vicino alla realtà, più in condizione di vedere le cose esattamente come sono.

Chi non si imbatte in nessun problema e passa la vita nella bambagia si dissocia dalla vita reale. Di fronte alla prima difficoltà “invade il paese di lamenti”. È una cosa che ho spesso occasione di constatare e di cui ho fatto esperienza io stesso.

Ho perduto il mio paese, ho passato la maggior parte della mia vita in esilio, il mio popolo è stato torturato, massacrato, i templi rasi al suolo, la civiltà distrutta, il territorio devastato, le risorse saccheggiate. Non c’è nessun motivo per rallegrarsi. Tuttavia per altri versi mi sono notevolmente arricchito grazie al contatto con altri popoli, altre religioni, altre culture, altre scienze. Ho trovato forme di libertà e visioni del mondo che non conoscevo.

Nella comunità tibetana in esilio spesso gli individui più generosi e più inattaccabili spiritualmente si trovano proprio tra coloro che hanno maggiormente sofferto. Alcuni di loro, dopo aver trascorso vent’anni in prigione in condizioni spaventose, mi hannodetto che dal punto di vista spirituale quello era stato il periodo migliore della loro vita.

Un monaco del mio monastero è stato crudelmente torturato per anni perché rinunciasse alla sua fede. Quando è riuscito a scappare in India gli ho chiesto se aveva avuto paura. Mi ha risposto sinceramente che la sua unica paura era stata di non avere più compassione verso i suoi aguzzini.

Le difficoltà di secondaria importanza non hanno fatto vacillare coloro che in Francia, in Germania, in Inghilterra e altrove hanno conosciuto la Seconda guerra mondiale e il difficile periodo di penuria che è seguito. Sono persone soddisfatte del proprio destino perché ne hanno viste ben di peggio. Invece coloro che non hanno conosciuto questa guerra e vivono beati come in un asilo infantile gemono e si smarriscono quasi di fronte alle difficoltà.

Quando c’è la felicità non riescono a riconoscerla.

Tra le nuove generazioni alcuni non sono soddisfatti del progresso materiale e si indirizzano verso la vita spirituale, un fatto che mi sembra positivo.

In ogni caso, siate consapevoli che il mondo è fatto di cose buone e cattive e ciò che noi recepiamo come realtà è in larga misura un parto del nostro spirito.

 

tratto dal libro: I consigli del cuore

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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