A chi fa soffrire gli altri

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Talvolta facciamo soffrire gli altri per ignoranza, senza sapere che soffrono.

Siamo raramente coscienti, per esempio, che anche gli animali provano il piacere e il dolore. Non comprendiamo veramente nemmeno la sofferenza dei nostri congeneri, salvo quando l’abbiamo provata noi stessi. Evidentemente sono loro che soffrono, non noi. Solo dicendosi, “quando mi picchiano, quando mi insultano, soffro come costui o come costei”, è possibile farsi un’idea di quello che provano.

Alcuni non si curano affatto del male che fanno agli altri. Ritengono che l’importante sia cavarsela senza alcun danno. Anche in questo caso è un problema di incoscienza. Più si fanno soffrire gli altri, più si accumulano cause per la propria sofferenza. Inoltre, poiché si nuoce alla società si nuoce doppiamente a se stessi.

Se ci siamo comportati molto male verso un altro, pentiamocene. Riconosciamo i nostri errori, ma senza pensare di condannarci in modo da non poter più vivere normalmente. Non dimentichiamo quello che abbiamo fatto, ma non lasciamoci deprimere o spezzare dal rimorso. Non facciamoci prendere dall’indifferenza, sarebbe come dimenticare, ma perdoniamoci: “In passato ho sbagliato, ma non accadrà più. Sono un essere umano, sono capace di liberarmi dei miei errori”. Se perdiamo la speranza vuol dire che non ci siamo perdonati.

Se possibile, andiamo a trovare colui o colei cui abbiamo fatto del male. Diciamogli sinceramente: “Con lei sono stato cattivo, le ho fatto un grave torto, mi perdoni”. Se l’altro apprezza il nostro pentimento e il suo rancore scompare, non si tratta forse di quello che il buddhismo chiama una “confessione riparatrice”? Ma non è necessario considerarla una concezione religiosa. È sufficiente tendere la mano a quelli che abbiamo fatto soffrire, riconoscere di esserci sbagliati, esprimere il nostro sincero pentimento e in tal modo placare i rancori. Certo perché ciò sia possibile bisogna che da entrambe le parti si sia capaci di una grande apertura spirituale.

Ci sono anche coloro che fanno del male deliberatamente. In questo caso la società ha una sola reazione possibile, la forza. Che altro si può fare con Hitler o Pol Pot?

Penso che il desiderio di far del male non sia innato. Non è dentro di noi dalla nascita, sorge in seguito. Rientra nell’ambito delle costruzioni mentali. Hitler ha cominciato a pensare che gli ebrei erano esseri nocivi e che andavano eliminati, e tale idea si è sviluppata al punto da eclissare le altre e cacciare qualsiasi sentimento di compassione.

In linea di massima la concezione dell’altro come un nemico è sempre un prodotto dell’immaginazione. Nel linguaggio buddhista questo fenomeno viene definito artificiale, artefatto, in contrapposizione a ciò che esiste in natura.

Un pensiero nasce, lo si crede vero, gli si accorda una grande importanza, su di esso si fonda un programma e lo si attua senza curarsi delle sofferenze che si infliggono agli altri.

Per indurre coloro che sono fuorviati in questo modo a cambiare atteggiamento bisogna innanzitutto fare appello alla loro umanità profonda e trovare il sistema per allontanarli, anche se di poco, dalla loro ideologia. Solo allora si ha la possibilità di farli ragionare. Se non ci si riesce resta soltanto la forza. Ma non una forza qualsiasi: anche se gli altri hanno commesso dei crimini orribili devono essere sempre trattati con umanità. È l’unico metodo possibile se si desidera vederli cambiare prima o poi.

L’amore è il mezzo estremo per trasformare gli esseri anche quando sono pieni di collera e di odio. Manifestate tale amore in continuazione, senza cessare, senza cedere, e li commuoverete. Ci vuole molto tempo.

Personalmente io ne sarei di certo incapace. All’inizio cercherei di essere gentile, ma mi lascerei andare molto in fretta e finirei per dire: “Tanto peggio per te!”.

Bisogna avere una pazienza enorme. Ma se la vostra intenzione è perfettamente pura e il vostro amore e la vostra compassione non scemano, ci riuscirete.

 

tratto dal libro: I consigli del cuore

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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