A chi ha molta fede

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Senza alcun dubbio la fede svolge un ruolo assai importante in qualsiasi religione.

Ma bisogna che sia motivata da ragioni valide.

Nàgàrjuna, il grande filosofo indiano del II secolo, diceva che la conoscenza e la fede devono andare per mano. È vero che nel buddhismo la fede è considerata fonte di rinascite elevate, e la conoscenza una fonte del Risveglio, ma si dice anche che “la fede deriva dalla conoscenza lucida”; in altre parole, bisogna sapere perché si crede.

Nel buddhismo si distinguono tre tappe o livelli della fede: l’ispirazione, il desiderio e la convinzione.

La fede ispirata è una specie di ammirazione che si prova leggendo un testo, incontrando un essere fuori dal comune, sentendo parlare del Buddha.

La fede desiderosa contiene il concetto di emulazione: si aspira a conoscere, ad approfondire, a divenire simile a colui che si ammira.

Questi due tipi di fede non sono stabili, perché non si basano su una conoscenza vera e propria.

La fede convinta si basa sulla lucida comprensione del fatto che ciò cui si aspira è possibile. Si fonda sulla ragione.

Nei sutra, il Buddha chiede ai suoi discepoli di non credere ciecamente a quello che dice, ma di verificare le sue parole come l’orefice controlla la purezza dell’oro mentre lo batte, lo scalda, lo spiana.

Per la devozione si presenta lo stesso problema. Se non è saldamente consolidata, rischia di essere effimera. Alcuni buddhisti, tibetani e di altri paesi, tributano moltissima devozione a un maestro spirituale. Ma quando il loro maestro muore cessano all’istante di provarla. Ritengono che tutto sia finito, e il loro centro d’insegnamento chiude i battenti. Tuttavia, in assoluto non fa alcuna differenza che il maestro sia presente o no in carne e ossa.

Il maestro rappresenta la natura ultima dello spirito, la sua compassione non è limitata dalla distanza. Colui che riconosce questa dimensione del maestro difficilmente proverà attaccamento per la sua forma umana. Sa che anche se egli ha lasciato il suo involucro corporeo, le sue benedizioni e la sua attività sono sempre presenti, provenendo dalla sfera del corpo assoluto. Che egli si trovi tra noi o no, non cambia niente. È sempre possibile meditare su di lui.

Se quando il maestro ha lasciato questo mondo pensiamo che la nostra devozione non abbia più il suo oggetto, è perché questa devozione era accompagnata dall’attaccamento. Tenevamo a lui come a un compagno, un essere comune, un congiunto, un amico intimo. In questo caso alla sua morte egli scompare del tutto e non sappiamo più che fare. Quello che provavamo non era senz’altro una vera devozione.

Nel buddhismo Vajrayàna il maestro autentico con il quale il discepolo stringe una relazione intima ha come unico scopo di svelare a quest’ultimo la sua vera natura. In un primo momento la fede nel maestro permette al discepolo di aprirsi a una realtà più profonda, e al maestro stesso di far maturare lo spirito del discepolo. Alla fine del cammino i due diventano una cosa sola: il secondo ha scoperto la vera natura del suo spirito, che altro non è se non il “corpo assoluto” del Buddha, la conoscenza e la compassione presenti da sempre.

Per tale motivo colui che si attacca alla forma esteriore del suo maestro non comprende questa realtà, e dal suo legame con lui trae soltanto una relazione con un essere comune.

 

tratto dal libro: I consigli del cuore

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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