A chi pratica il buddhismo

blog associato: buddhismo del quotidiano

 

Nella pratica spirituale all’inizio spesso si è pieni di coraggio, poi si aspettano dei risultati e alla fine ci si lascia andare e si è colti dal disgusto.

È il segno che si ha la vista troppo corta. Sperare in un risultato rapido è un errore, a meno che non si facciano sforzi paragonabili a quelli del grande yogi Milarepa. Non è forse significativo che al Buddha, a quanto dicono i testi, ci siano voluti tre “grandi eoni incalcolabili” per conseguire il Risveglio totale? Come si può pensare che lo si possa conseguire con qualche anno di ritiro?

Questo dimostra che non si conoscono gli insegnamenti. Pretendere, come accade a volte, che agitando un campanello per tre anni si possa conseguire la buddhità non è serio.

Va benissimo entusiasmarsi per la pratica buddhista, ma quando si dice che il Buddha accumulò meriti e saggezza durante tre grandi eoni incalcolabili, dobbiamo tenere conto che ci vuole un sacco di tempo per  conseguire il Risveglio definitivo.

Secondo il Mahayana, il Buddha aveva conseguito da molto tempo il Risveglio nel corpo di bontà. In seguito prese l’aspetto del corpo di apparenza e fece come se ricominciasse dall’inizio il processo del Risveglio. Ma, di nuovo, non aveva forse un motivo per agire così? Noi, che impariamo a seguire le sue tracce, non dobbiamo mai astenerci dal riflettere sul fatto che persino nella sua ultima esistenza egli dedicò ancora sei anni a praticare delle austerità.

Questo forse ci eviterà di avere una visione troppo limitata. È vero però che, a quanto si dice, tramite la via rapida del Vajrayàna è possibile conseguire lo stato della buddhità molto in fretta, senza abbandonare le emozioni negative. Ma questo processo non è privo di rischi.

Nella biografia di Milarepa, un lama gli dice: “Colui che medita sul mio insegnamento di giorno diventa Buddha di giorno, colui che vi medita la notte diventa Buddha la notte, e gli esseri fortunati che hanno un karma propizio non hanno neppure bisogno di meditarvi”. Milarepa, che era di certo uno di tali esseri fortunati, si accontentò di dormire.

Se noi ci basiamo su controsensi di questo genere, rischiamo di entusiasmarci all’inizio ma di cedere molto in fretta. Se invece il nostro entusiasmo è basato su una reale conoscenza del funzionamento della via, non si affievolirà. Capirlo è fondamentale.

Un’altra cosa. Le religioni insegnano dei precetti o delle regole morali che servono a valorizzare le qualità umane. Alcuni, soprattutto nel buddhismo, trascurano questo aspetto morale e si interessano soltanto alla meditazione, da cui sperano di trarre degli effetti miracolosi. Quando vedono che non accade nulla del genere rimangono per forza delusi.

Lo ripeto, lo scopo della pratica non è di ottenere poteri miracolosi, ma di trasformare il nostro essere. Il problema principale è che non siamo pronti a dedicarvi il tempo necessario. Pensiamo che al Buddha ci sono voluti degli eoni, ma che noi in due o tre anni avremo risolto la faccenda.

È per questo che, a mio parere, la via del Mahàyàna è indispensabile. Quando si possiede una buona conoscenza di questa via, se si prova interesse sempre più grande per il Vajrayàna, si sarà allora sufficientemente determinati a proseguire, anche se per questo ci vogliono tre eoni. Muniti di tale coraggio si potrà praticare il Vajrayana come sistema per generare facilmente la calma mentale e la visione profonda, e si avranno le migliori possibilità di riuscita.

Invece, se ci si tuffa nel Vajrayàna senza aver acquisito solide basi, si rischia di pensare di poter conseguire la buddhità senza problemi, come è stato detto “in una sola vita, in un solo corpo”. Si può anche assimilare al creatore dell’universo la divinità illusoria sulla quale si medita, e pensare che se si ha fede in essa ci accorderà dei poteri, una vita lunga, la ricchezza e chissà che altro ancora.

In questo caso non si mira allo scopo principale della pratica, che è di dominare il proprio spirito e di liberarsi dei veleni mentali, attribuendo invece grande importanza a questioni marginali.

Alcuni non hanno molta fede nell’insegnamento del Buddha, ma se ne interessano in modo puramente accademico. Altri hanno fede in tale insegnamento, ma si accontentano di studiarlo dal punto di vista intellettuale e di acquisirne una conoscenza esclusivamente teorica. Il problema è che l’unico obiettivo di tale insegnamento è di aiutarci a trasformare il nostro essere, non di accrescere le nostre cognizioni. Se non mettiamo in pratica quanto abbiamo imparato per mezzo della meditazione, non serve assolutamente a niente. Corriamo il rischio di diventare, come si dice, “buddhisti delusi”, persone che conoscono in teoria i precetti del Buddha, che sanno parlarne ma ne ignorano il “gusto” perché non li hanno trasformati in esperienza vivente. Invece quando si applica questo insegnamento dentro di sé, se ne scopre il vero sapore e svanisce il rischio di rimanere disgustati. Si deve dunque saper integrare intimamente l’insegnamento al proprio spirito. Conoscenza e pratica devono andare di pari passo.

Coloro che vogliono conoscere la via contemplativa e fare lunghi ritiri, come il ritiro di tre anni che tradizionalmente si praticava in Tibet, devono prepararvisi a sufficienza tramite i “preliminari”.

Restare chiusi tra quattro mura senza aver compiuto correttamente queste pratiche che permettono di volgere il proprio spirito verso la via spirituale non si differenzia per nulla da un soggiorno in prigione. Se al momento di meditare si recitano semplicemente dei mantra, senza pensare veramente a nulla, il ritiro non servirà a gran che. Lo si sarà intrapreso da esseri comuni, e alla fine non sarà cambiato niente. Inoltre, si sarà più orgogliosi di prima perché ci si dirà che si è rimasti chiusi per tre anni e che si merita il titolo di lama. A che scopo?

Invece, compiere con cura i preliminari, poi dedicarsi regolarmente alla pratica principale e solo in seguito effettuare un ritiro di tre anni, vuol dire avere la sicurezza che al momento di uscire si sarà capaci di pensare, di parlare e di agire in modo diverso. Si sarà come minimo disciplinati, e questo è già un bene.

Se come buddhisti desiderate dedicarvi alle opere umanitarie è una buona cosa. Verificate che la vostra intenzione sia perfettamente pura. Ciò nondimeno l’azione sociale di per se stessa non è una forma impegnata di buddhismo se non si abbina all’amore e alla compassione, e se non si prende rifugio nel Buddha.

È per questo che dovreste dedicare una parte del vostro tempo a periodi di pratiche durante le quali prenderete rifugio e mediterete sull’impermanenza, sulla sofferenza eccetera.

 

tratto dal libro: I consigli del cuore

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

<indietro>

Questa voce è stata pubblicata in buddhismo. Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.