A chi è in prigione e a chi ce lo mette

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Come regola generale coloro che hanno commesso dei reati vengono incarcerati ed esclusi dalla società.

Sono considerati allora dei cattivi elementi, di cui la comunità non vuole più interessarsi. Privi della speranza di diventare migliori o di cominciare una nuova vita, essi si comportano in modo violento con gli altri detenuti, e abusano di quelli più deboli.

In tali condizioni non c’è alcuna possibilità che diventino migliori.

Talvolta rifletto sul fatto che quando un capo militare uccide migliaia di persone viene chiamato eroe. Le sue azioni sono considerate straordinarie, si cantano le sue lodi. Ma se un essere completamente disorientato uccide qualcuno, viene trattato come un assassino, chiuso in prigione, oppure giustiziato. Alcuni si impadroniscono di somme enormi e non vengono perseguiti, altri rubano qualche banconota per disperazione e sono trascinati in prigione ammanettati.

In effetti siamo tutti potenziali malfattori, e nel profondo dell’animo quelli che mettiamo in prigione non sono più cattivi di chiunque di noi.

Hanno ceduto all’ignoranza, al desiderio, alla collera, malattie da cui anche noi siamo affetti, per quanto in misura diversa. il nostro dovere è di aiutarli a guarire.

Quanto alla società, non deve respingere chi ha commesso un errore ed è definito un criminale. È un essere umano a pieno titolo, che come noi appartiene a questa società, e anche lui può cambiare. È indispensabile restituirgli la speranza e il desiderio di dare un’altra impostazione alla sua vita.

Ho visitato la prigione Tihar di Delhi, in India, dove una poliziotta di nome Kirian Bedi si occupa con molta umanità dei detenuti. Dà loro una specie di insegnamento spirituale, spiega come meditare e profonde una pace interiore che li libera dai loro sensi di colpa. I prigionieri sono felici di vedere che qualcuno li ama e si occupa di loro. Dopo un certo periodo, anche prima di uscire, diventano esseri soddisfatti, credono nei valori umani e sono capaci di vivere nella società. Secondo me è un ottimo esempio di ciò che va fatto.

Anche negli Stati Uniti ho conosciuto dei buddhisti che parlano ai prigionieri e si prendono cura di loro. Li ho incoraggiati, dicendo loro che facevano un lavoro estremamente utile.

La situazione dei giovani delinquenti è particolarmente triste.

Innanzitutto a causa di tutte quelle vite appena cominciate e già rovinate. In secondo luogo perché il più delle volte questo dramma avviene per mancanza di esperienza, in un ambiente sociale difficile, in un momento in cui non si è ancora avuto il tempo di chiedersi come fare a camminare con le proprie gambe.

Il consiglio principale che vorrei dare ai giovani delinquenti e a tutti i detenuti è di non scoraggiarsi mai, di non perdere mai la speranza di diventare migliori. Ditevi sempre: “Riconosco il mio errore, mi correggerò, mi comporterò bene, sarò utile agli altri”. Siamo tutti capaci di cambiare.

Abbiamo tutti lo stesso cervello, lo stesso potenziale. Non possiamo mai dire, se non sotto l’effetto dell’ignoranza o di pensieri transitori, che non c’è più speranza per noi.

Poveri prigionieri! Hanno commesso degli errori perché sono caduti bruscamente sotto l’influenza delle loro emozioni negative, ed eccoli esclusi dalla società senza avere più nulla da sperare in questa vita.

 

tratto dal libro: I consigli del cuore

Ogni bene, Osvaldo Sudhammo

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