Buddhismo e fisica quantistica

di Matthieu Ricard e Trinh Xuan Thuan
Estratto da “The Quantum and Lotus – a journey to the frontiers where science and Buddhism meet”, di Matthieu Ricard e Trinh Xuan Thuan, Crown Publishers, New York, 2001.

   Queste conversazioni sono parte di un dialogo in corso, avviato tra scienza e Buddhismo. La cosa più importante che mi hanno insegnato è la precisa convergenza e risonanza tra la visione Buddhista e quella scientifica della realtà.

    Alcune visioni del Buddhismo sul mondo fenomenico sono sorprendentemente similari alle nozioni che sottendono quelle della fisica moderna – in particolar modo alle sue due principali e imponenti teorie: la meccanica quantistica, che è la fisica dell’infinitamente piccolo, e la relatività, la fisica dell’infinitamente grande. Sebbene il Buddhismo e la scienza abbiano metodi di investigazione sulla natura della realtà radicalmente diversi, ciò non porta ad una opposizione insuperabile, ma piuttosto ad una armoniosa complementarità. Questo perché sono entrambi alla ricerca della verità e perché entrambi usano criteri di autenticità, rigore e logica.

    Prendete per esempio uno dei punti centrali del Buddhismo, l’ Interdipendenza dei fenomeni. Nulla esiste inerentemente oppure per sua stessa causa. Un oggetto può essere definito solo in termini di un altro oggetto. L’interdipendenza è essenziale nel manifestarsi dei fenomeni. Senza, il mondo non sarebbe in grado di funzionare. Così un dato fenomeno può accadere solo se connesso ad altri. La realtà non può essere localizzata e suddivisa, bensì considerata come olistica e globale.

    Attualmente numerosi esperimenti di fisica ci hanno autorevolmente imposto questa visione globale. Nel mondo atomico e subatomico, esperimenti quali l’EPR (N.d.R. Electron Paramagnetic Resonance) ci hanno dimostrato che la realtà è indivisibile. Due particelle di luce che hanno interagito continuano ad agire come parte di una singola realtà. Per quanto distanti siano, si comportano istantaneamente in un modo correlato, senza che occorra alcuno scambio di informazione. Per quanto concerne il mondo macroscopico, la sua natura globale è dimostrata dal pendolo di Focault, il cui comportamento non dipende dalla sua collocazione ambientale, ma dall’intero universo. Ciò che accade su un piccolo pianeta è determinato nella vasta immensità del cosmo.

    Il concetto di interdipendenza stabilisce che le cose non possono essere definite in termini assoluti, ma solo in relazione ad altri. Questa è, sostanzialmente, la stessa idea del principio della relatività del moto nella fisica, che fu stabilito per la prima volta da Galileo e che poi venne perfezionato da Einstein. “Il moto è come il nulla”, stabilì Galileo. Quello che intendeva dire era che, nella fisica, il movimento di un oggetto non può essere definito in termini assoluti, ma solo in relazione al movimento di un secondo oggetto. Non c’è modo per i passeggeri su un treno in movimento, con i finestrini chiusi, di scoprire con dati precisi ed esperimenti se il treno si stia muovendo o sia ancora fermo. E’ solo aprendo i finestrini e guardando la campagna scorrere velocemente, che i passeggeri possono scoprirlo. Quindi, nella misura in cui non c’e’ una struttura esterna di riferimento, il movimento è equivalente al non-movimento. Il Buddhismo dice che gli oggetti non esistono inerentemente, ma solo in relazione ad altri oggetti. Il principio della relatività dice che il movimento del treno esiste solo in relazione allo scorrere del paesaggio.

    Tempo e spazio hanno perso le caratteristiche assolute che Newton diede loro. Einstein ci ha dimostrato che tempo e spazio possono essere definiti solo in termini relativi che dipendono dal movimento dell’osservatore e dall’intensità del campo di gravità che li circonda. In vicinanza di un buco nero, un secondo può distendersi fino all’eternità. Proprio come nel Buddhismo, la relatività ci insegna che l’idea di un passato già trascorso e di un futuro che deve ancora arrivare è una mera illusione, dato che il mio futuro può essere il passato di un altro e il presente quello di una terza persona – tutto dipende dai nostri relativi movimenti. Il tempo non passa, semplicemente è.

    La nozione di interdipendenza ci porta direttamente all’idea di vacuità/spazio, che non significa il nulla, bensì assenza di esistenza inerente. Poiché ogni cosa è interdipendente, niente può autodefinirsi ed esistere inerentemente. L’idea di proprietà intrinseche che esistano di per sé stesse e da sé stesse deve quindi essere completamente scartata. Ancora una volta, la fisica quantistica ha qualcosa di straordinariamente similare da dire. Concordemente con Bohr e Heisenberg, non possiamo più parlare di atomi ed elettroni come di entità reali dalle proprietà nettamente definite, ad esempio la velocità o la posizione; adesso dobbiamo assolutamente considerarli come parte di un mondo composto di potenzialità e non di oggetti o accadimenti. La vera natura della materia e della luce diventa soggetta a relazioni di interdipendenza. Non è affatto intrinseca, bensì può mutare a causa dell’interazione tra l’osservatore e l’oggetto osservato. Una tale natura non è affatto unica, ma duale e complementare. Il fenomeno che chiamiamo particella diventa un’onda quando non la stiamo osservando. Ma non appena viene fatta una misurazione o una osservazione, inizia ad apparire di nuovo come una particella. Parlare di una realtà intrinseca di una particella, oppure della realtà che possiede quando non è osservata, sarebbe senza significato perché non potremmo mai coglierla. Così come nella nozione buddhista del samskara – o Evento -, la meccanica quantistica ha radicalmente relativizzato il nostro concetto di un oggetto, rendendolo subordinato alla misura o, in altre parole, ad un evento. C’è di più, il quantum classifica con incertezza un limite preciso su quanto accuratamente possiamo misurare la realtà. C’è sempre un grado di incertezza sia sulla posizione sia sulla velocità di una particella. La materia ha perduto sostanza.

    La nozione Buddhista di interdipendenza è sinonimo di vacuità/spazio, che è a sua volta sinonimo di impermanenza. Il mondo è come un vasto flusso di eventi e di correnti dinamiche, tutte interconnesse e costantemente interagenti. Questo concetto di mutamento perpetuo, onnipresente, si accorda con la moderna cosmologia. Gli immutabili paradisi di Aristotele e lo statico universo di Newton non hanno più senso. Ogni cosa si muove, muta ed è impermanente, dal minuscolo atomo all’intero universo, galassie, stelle e genere umano inclusi.

    L’universo si sta espandendo a causa dell’impulso ricevuto dalla sua esplosione primordiale. Questa natura dinamica è descritta dall’equazione della Teoria della relatività. Con la teoria del Big Bang, l’universo ha acquisito una storia. Ha un inizio, un passato, un presente e un futuro. Un giorno morirà in una deflagrazione infernale oppure in un gelido congelamento. Tutte le strutture planetarie dell’universo, stelle, galassie e ammassi di stelle sono in movimento perpetuo e sono parte di un immensa danza cosmica: ruotano sui propri assi, attorno alle proprie orbite, si avvicinano o si allontanano l’una dall’altra. Anch’esse hanno una storia. Sono nate, raggiungono la maturazione e poi muoiono. Le stelle hanno cicli di vita che abbracciano milioni e perfino miliardi di anni.

    Lo stesso vale per il mondo atomico e subatomico. Anche qui ogni cosa è impermanente. Le particelle possono cambiare la propria natura: un quark può mutare la sua famiglia, o aroma, un protone può diventare un neutrone ed emettere un positrone e un neutrino. Materia ed antimateria si annullano l’un l’altra, diventando pura energia. L’energia del movimento di una particella può trasformarsi in un’altra particella o viceversa. In altre parole, la proprietà di un oggetto può diventare un oggetto. A causa dell’incertezza dell’energia del quantum, lo spazio intorno a noi è ricolmo di un inimmaginabile numero di particelle virtuali con fantasmatiche esistenze transitorie. Apparendo e scomparendo continuamente, sono la perfetta illustrazione dell’impermanenza, con i suoi cicli infiniti di brevi vite.

    Quindi la realtà può essere percepita in vari modi – e differenti approcci, l’uno volto all’interno e l’altro all’esterno, portano alle stesse verità. Il Buddhismo non troverà di certo sorprendente una tale concordanza. Poiché il mondo fenomenico può essere osservato solo attraverso il filtro della consapevolezza, e dato che la consapevolezza stessa è interdipendente con il mondo esterno, la natura fondamentale dei fenomeni non può essere altro dalla mente buddhica illuminata.

Con Metta, Bianca Nimmala

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9 risposte a Buddhismo e fisica quantistica

  1. Nimmala Nimmala scrive:

    Non ho trovato risultati in italiano della traduzione di quantum and lotus book. Probabile che esista in un tutte le lingue del mondo ma come spesso accade non nella nostra.
    Con metta
    Bianca nimmala

  2. Sudhammo Sudhammo scrive:

    PS
    C.G.Jung
    =========

    avevo accoppiato anche il lato psicologico… pensando alla psicologia di c.g.jung…
    ebbe coraggio di contrapporsi ad adler e freud… ed in effetti tutti e tre hanno dato la visione completa dei tre elementi che governano la mente umana durante l’arco della vita.
    l’approccio di jung fu di sviluppo interiore… ma credo… ipotizzo… che tutti dovremo fare tutte le tre esperienze fondamentali al fine di aver sviluppato il nostro “insight” con tutte le tre esperienze…

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  3. Sudhammo Sudhammo scrive:

    INTUIZIONI
    =============
    En-Kei scrive: ” … non c’è differenza, si chiami buddhismo, si chiami fisica teorica … ”

    con le conoscenze che abbiamo al giorno d’oggi, la tua affermazione suona correttamente. si può assumere che si stia parlando della stessa cosa.
    analizzando i contesti di quando questi eventi storici si sono realizzati, invece, si deve ammettere che ci sono state delle “intuizioni” fondamentali che hanno avuto un impatto profondo nello sviluppo dell’uomo.
    certamente la prima intuizione fu del principe siddharta, che partendo dal suo pathos interiore capì che l’esistenza umana non poteva solo quella del suo bel palazzo e che la sofferenza che soprì doveva avere una ragione d’essere e una ragione di essere compresa e risolta.
    così buddha identificò una via “interiore” per affrontare e risolvere questa problematica.
    ma si tratto di una intuizione, risolta.

    heisemberg, plack, einstein… ecco altri che hanno avuto le loro “intuizioni” partendo da un punto di vista meno interiore e più scentifico.
    ma alla fine la filosofia che si cela sotto questi due argomenti è sempre la stessa: l’interazione, la legge di azione-reazione, il kamma… … …

    chissà tra qualche migliaio di anni quale altra intuizione farà compagnia a queste che in modo grossolano ho provato ad accoppiare…

    non so se il libro al quale si è ispirata bianca-nimmala esiste in italiano…
    chiediamoglielo… interesserebbe anche me…
    certamente esiste in inglese…

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  4. En-Kei scrive:

    in effetti praticamente tra l’assunto dell’impermanenza e l’interdipendenza dei fenomeni e il principio di indeterminazione di Heisemberg praticamente non c’è differenza, si chiami buddhismo, si chiami fisica teorica (che poi di teorico non ha nulla… su quegli assunti ci hanno costruito i forni a microonde, i LED ecc. ecc.) l’idea espressa come idea base della percezione che noi esseri umani abbiamo di quello che sembra circondarci (e forse ci compenetra) è lo stesso. niente a che vedere con “flussi di energia”, “anime”, “entità” … forni a microonde.
    per favore si vende il testo in italiano?

  5. Sudhammo Sudhammo scrive:

    L’infinitamente grande…
    L’infinitamente piccolo…

    quando ero un bambino mi affascinavo a ragionare sulla grandezza dell’universo e pensavo…
    immaginavo… ma se io fossi molto grande… infinitamente grande… tanto da poter osservare dall’alto il sistema solare… e non solo… osservare il sole e tutto il resto come fosse piccolo accanto ad altri sistemi simili al solare…
    quanto dovrei essere grande per osservare tutto ciò?
    e quante cose sarebbero dentro a quanto sto osservando?

    poi studiano la chimica qualche anno dopo mi venne lo stesso ragionamento al contrario…
    ma se fossi estremamente piccolo…
    tanto piccolo da risiedere su un singolo elettrone come fosse la terra ed io fossi un uomo che popola questo minuscolissimo mondo…
    quanto dovrei essere piccolo?

    ma un fatto mi affascinava più di tutto…
    era che sia l’infinitamente grande che l’infinitamente piccolo avevano gli stessi comportamenti… le stesse caratteristiche… le stesse possibilità che ci fosse veramente un osservatore esterno altrettanto immenso piuttosto che minuscolissimo…

    in pratica… sono dei sistemi uno dentro l’altro come delle immense matrioske che partono dalla materia prima fino alla materia galattica…

    queste immaginazioni, ogni tanto, mi tornano, così come le facevo nel passato… e per le conoscenze che abbiamo sono ancora valide… universali

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  6. Nimmala Nimmala scrive:

    Questi articoli non generano angoscia ma aiutano a comprendere e in parte rispondono a mille domande che risposte ad un livello superficiale non trovano. Sono strati dell’esistenza molto complessi e profondi. Scienza e buddhismo vanno a braccetto. Molte volte mi sono chiesta ma io dove sono, che cosa faccio qui, perche’…
    Siamo energia con un nome datoci alla nascita. E l’energia che manifestiamo credo che serva a produrne altra, positiva e sempre nuova, che conduca piu’ esseri al risveglio d’amore, di comprensione, di perdono e gratitudine. L’abbandono totale dell’ego e’ cio’ che eleva l’essere umano.
    Con metta
    Bianca nimmala

  7. Sudhammo Sudhammo scrive:

    gentile bianca nimmala,
    questo articolo (insieme a quello di stefano) sono di un interesse profondo.
    sembra “l’uovo di colombo”.
    è una risposta a molte domande esistenziali che ci poniamo.

    solo quel pezzetto di “ego” che è dentro di noi, Leggendo questo articolo grida: “ma in tutto questo, IO dove sono?”
    hai avuto questa impressione?
    hai sentito questa domanda dentro di te sorgere da un angolo remoto della coscenza?
    è l’attaccamento al nostro corpo terreno che ce la fa sorgere e venire in superfice: credo che non ci sia assolutamente nulla di grave, ma solo che è semplicemente “umano”.
    il Buddha disse di osservare tali fenomeni, senza identificarci in loro, riconoscerli e lasciali andare.
    queste letture non generano angoscia: se accadesse allora ci sarebbe un attaccamento radicato nel profondo… proprio come le radici di una grossa quercia lo sono nel terreno.

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  8. Nimmala Nimmala scrive:

    Ricordo molto bene, fai riferimento allle molecole dell’acqua e mi e’ subito venuto in mente masaru emoto. Come i suoi studi sull’acqua riflettono la nostra coscienza. Allego questo interessante link. http://www.animazen.it/messaggi_acqua.html
    Con metta bianca nimmala

  9. Sudhammo Sudhammo scrive:

    interessante…
    ricordi lo scorso anno quando parlavamo sulla possibiità di una esistenza permenente degli elementi e della loro ricomposizione in qualcosa di altro…
    cercando una giustificazione di una “rinascita” in altre forme, in altri aggregati…
    e ti parlavo delle molecole dell’acqua che essendo dei dipoli hanno un potenziale elettrico sempre attivo, e ti parlavo che tali molecole hanno una sorta di memoria, e che essendo un dipolo elettrico generano a loro volta un minuscolissimo campo magnetico autonomo, immerso in tanti altri campi magnetici e che si possono aggregare tra loro laddove l’orientamento dei campi magnetici è dello stesso verso…
    dando vita ad un altro aggregato che nassce, vive e finisce… per ricomporsi in un altro aggregato seguendo le stesse regole…

    concetti simili, molto simili li ho ritrovati in queste tue segnalazioni.
    le mie sono empiriche e assolutamente non precise, non avallate da nessuna misurazione fatta da me, ma solo la somma di tante ipotesi e certezze che alla fine mi hanno portato ad immaginare un “modello esistenziale” che non è molto lontano da quanto ho letto ieri sera.

    che dire di più?
    nulla… solo il fatto che -come sostengo da molto tempo- l’immanente è dentro di noi, il divino è dentro di noi, dentro ogni singola cellula che ci compone.
    la sommatoria di tutti questi infinitesimi divini fanno ciò che siamo, ciò che pensiamo, ciò che ci ammaliamo, ciò che ci fa sentire bene.

    this is my mind… this is my truth…

    ogni bene, osvaldo sudhammo