La motivazione

A volte si approda ad un cammino meditativo senza sapere e/o comprendere bene in fondo… PERCHE’?

Può darsi che ci rivolgiamo alla meditazione come ad una cura, ad una specie di psicoterapia.

La meditazione, in effetti, lo e’ nella misura in cui cura la sofferenza che ci abita; però la motivazione, che c’e’ dietro un cammino interiore, per essere efficace e poter funzionare deve diventare ampia.

Possiamo avvicinarci alla meditazione perche’ siamo ansiosi, perche’ cerchiamo qualcosa, perche’ ci siamo separati dal partner: benissimo, in prima battuta, queste sono delle motivazioni valide.

Con il tempo, pero’, questa motivazione deve cambiare, deve assumere una caratteristica piu’ profonda.

In contesti religiosi, come quello cristiano, o giudaico, o sufi, un cammino interiore di questo genere va sotto il nome di “ricerca di Dio”.

Questa espressione e’ molto sintetica e delimita molto bene la ricerca meditativa; pero’, per molte persone, puo’ avere il difetto di evocare una terminologia religiosa con la quale non ci sentiamo consoni, non ci sentiamo in agio, ed essere quindi, in ultima analisi, controproducente.

La cosa che convince di piu’ nella meditazione e’ sentire crescere dentro di se questa motivazione piu’ ampia e… abbastanza “senza nome”, come una pianta organica che piano piano si espande con il lavoro della pratica.

Si possono raccontare molti casi di persone che si avvicinano alla meditazione provenendo dalla psicoterapia; o di altre che praticano entrambe trovando molto utile questa congiunzione; o di altre ancora che tramite la meditazione hanno conosciuto la psicoterapia optando per la seconda; o infine di altre che trovano nella sola meditazione tutte le risposte che stavano cercando.

La crescita della pratica di meditazione e l’avvicinamento al Dharma, che implica altre cose oltre la semplice meditazione, si puo’ valutare, volendo dare impropriamente dei numeri solo per chiarezza, in interesse per un buon 75% e in sforzo per il restante 25%.

Se il rapporto fosse al contrario, allora la pratica e’ destinata a non durare molto nel tempo.

Queste considerazioni… numeriche vogliono introdurre alla domanda cruciale, che è: 

“Che cosa alimenta il nostro interesse?”

Spesso, non e’ la domanda cruciale che molti si pongono; molte persone si pongono, bensi’, altre domande sulla disciplina, sulla volonta’.

In questo modo risulta mal posta la questione perche’ la forza che nutre un cammino interiore aiutato dalla meditazione deve essere prevalentemente nell’interesse, che sorge gradualmente, piano piano.

Ma se tale interesse non e’ alimentato rimane li’, tendendo a scemare-.

Allora… Come alimentare il nostro interesse per la pratica?

Chi si pone questa seconda domanda ha gia’ riposto un certo interesse, una certa quantita’ di fiducia nella pratica stessa.

Se procediamo barcollando, non ci chiederemo mai che cosa alimenta l’interesse per la pratica. Siamo al di sotto del livello di giusta motivazione.

Tale domanda sorge spontanea quando ci cominciamo ad interessare alla pratica. Sta ad ognuno di noi stabilire a che cosa rispondiamo di piu’ in tutte le varie cose che sono offerte nel cammino del Dharma, quali la pratica stessa, gli intensivi, lo studio, le letture, il Sangha…

Se non abbiamo ancora sperimentato in pieno queste possibilita’ e’ conveniente farlo, senza forzature e aspettative giudicanti, per scoprire se alla base c’e’ un interesse radicato.

Se rimaniamo fermi, rimaniamo fermi.

I ritmi della sperimentazione sono vari a seconda delle persone, a seconda dei periodi; pero’ e’ importante avere le idee chiare sulla possibilita’ di sviluppo dell’interesse, senza lasciarlo crescere appoggiato solo sulla spinta della volontà.

Allora poniamoci attentamente di fronte a queste due domande fondamentali:

Che cosa risponde dentro di me alla domanda sull’interesse?  

Come alimentare l’interesse per la pratica?

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