Tre valide motivazioni

Quando si sviluppa un cammino spirituale la spinta della motivazione e’ preponderante.

Ci sono diverse cose che ci conducono ad impegnarci nella pratica: la motivazione puo’ nascere dalla spinta del bisogno di calma interiore, oppure dall’essere piu’ rilassati ed a proprio agio con se stessi.

E’ significativa l’esistenza di queste spinte motivazionali in una societa’ – come la nostra – drogata dal progresso, dal benessere, dalla fretta, dalla velocita’, dallo stress.

Avere tutti di piu’ questo tipo di motivazione sarebbe molto significativo, e ci aiuterebbe a trasformare il mondo in uno molto piu’ sano.

Eppure questo primo tipo di motivazione non ci porta molto lontano: infatti, probabilmente, appena le cose iniziano a diventare difficili sorgono dubbi sulla sicurezza e fiducia che questo sentiero ci porti veramente alla situazione di benessere e di agio che ci siamo ripormessi.

Allora si inizia a ricercare qualcos’altro che ci possa appagare.

C’e’ un altro tipo di motivazione che puo’ essere piu’ forte: quando abbiamo avuto qualche intuizione a proposito della vita che ci ha fatto vedere quanto e’ profonda la sofferenza, abbiamo cominciato a comprendere che siamo proprio noi a creare molta sofferenza – che non vuol dire che siamo noi che creiamo le cose spiacevoli della vita. Ci saranno sempre cose piacevoli e spiacevoli fintanto che vivremo.

Quel che voglio chiedere e’: “Dobbiamo proprio soffrire per le cose spiacevoli?”

Il dolore e’ inevitabile, ma la sofferenza e’ facoltativa.

Mi sembra che questa frase colga nel segno il significato della pratica, fornendo una buona motivazione, e crea distinzione dove mancava chiarezza: approdiamo alla meditazione sperando che tutto cio’ che abbiamo di spiacevole nella nostra vita cessi come frutto, ma questo caso cosi’ fortunato non esite!

Quello che si sviluppa invece e’ la capacita’ di non soffrire davanti alle difficolta’.

 

La seconda motivazione ha a che fare con l’essere sospinti ad andare oltre la sofferenza.

Questa e’ piu’ forte perche’ quando incontriamo delle difficolta’ avremo una comprensione di come queste vengono create continuando comunque ad essere motivati verso la pratica.

Se la pratica e’ forte ci puo’ portare lungo tutto il sentiero fino alla liberta’.

Questa motivazione implica una visione profonda di se stessi insieme alla gentilezza, alla compassione.

Non esiste un cammino spirituale che non porti con se lo sviluppo interiore condito di gentilezza, di amore, di compassione verso se stessi e verso gli altri.

Si vedra’ di piu’ la falsita’ della separazione a favore di una migliore connessione con la vita; e allora molto piu’ naturalmente queste doti inizieranno a crescere.

Si instaura in noi uno stato d’animo di voler comprendere e superare la sofferenza ovunque questa si incontri: non ci preoccuperemo piu’ di quanto durera’ la nostra pratica, perche’ diventeremo piu’ sensibili alla vita nella sua interezza. Il nostro progresso continua ma diventa un prodotto collaterale: di fatto diventera’ piu’ veloce, ma diventera’ un fatto irrilevante.

 

La terza motivazione e’ quella altruistica: se e’ genuina diventera’ la piu’ forte nei confronti della pratica.

A volte la pratica si paragona ad una lampada o un raggio di sole che invade una stanza oscura e la stanza immediatamente viene illuminata riuscendo a vedere tutte le cose presenti.

La pratica disperde il buio dell’ignoranza e ci permette di vedere chiaramente.

La pratica motivata sull’altruismo e’ anche paragonata ad una luce che rischiara tutto il mondo, ovunque e su ogni essere.

 

Queste motivazioni sono gia’ dentro di noi, ma bisogna rendersi conto della loro importanza e comprendere che sono ugualmente buone e importanti; coltivarle dara’ buoni frutti.

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