Dhamma – approfondimento

Il termine Dhamma puo’ assumere diversi significati, in relazione al contesto in cui viene adoperato. 

Ad esempio può indicare i fenomeni del mondo relativo, soggetti alla nascita e alla morte, impermanenti, insoddisfacenti e privi di un’esistenza intrinseca. In questo caso si parla dei dhamma che compongono il mondo condizionato e si usa volutamente l’iniziale minuscola.

Quando viene scritto con la maiuscola, il termine Dhamma può indicare sial’insegnamento del Buddha, sia la realtà ultima, l’incondizionato.

E a questi due significati si riferisce la presa di rifugio nel Dhamma: rifugio in un insegnamento che conduce alla liberazione e rifugio nella liberazione stessa.

In questo modo la realtà ultima non è vista come meta lontana e difficilmente raggiungibile, ma come qualcosa che infonde fiducia nel cammino interiore.
Significa smettere di dibatterci affannosamente nelle nostre ansie, paure, preoccupazioni e di inseguire ciecamente la promessa illusoria che esista una felicità ultima nel mondo condizionato. Così facendo l’influenza delle contaminazioni mentali sulla nostra esistenza diminuisce, lasciando uno spazio in cui può penetrare la luce della visione profonda, o consapevolezza.
Al contrario, il tentativo di aggrapparci ad una verità ritenuta esterna può soltanto peggiorare la situazione di conflitto presente, delineando un’ulteriore separazione tra noi e il contenuto dell’esperienza.

Si deve stare in guardia dal considerare la presa dei rifugi come una fuga dalle difficoltà della vita.
L’esperienza fenomenica non viene negata o svilita, ma svuotata della sua tossicità, cioè vista secondo la sua natura interdipendente, mutevole e in ultima analisi insoddisfacente. Il che equivale ad una capacità di assaporare l’esperienza sensoriale senza esserne schiavi, imparando a toccare la vita nella sua totalità, dalle radici ai frutti, dolci o amari che siano.
Prendere rifugio nel Dhamma non costituisce un rannicchiarsi in un angolo nascosto dove le emozioni non potranno toccarci, ma rappresenta un’apertura verso la totalità della vita.
E’ però importante osservare che questa apertura ci è in gran parte sconosciuta: quando ci affidiamo incautamente alle nostre emozioni non ci stiamo affatto aprendo, ma stiamo cercando di afferrare un aspetto della realta’ rifiutandone altri.

Nel momento in cui ci attacchiamo a un’emozione piacevole non ci accorgiamo che ci stiamo chiudendo in un atteggiamento di rifiuto nei confronti della vastità dell’esperienza.
Quando poi, inevitabilmente, ci si presenta qualcosa di doloroso, o di noioso, o deludente, lo respingiamo ritenendolo la causa reale del nostro disappunto.

Proprio a cagione di questa tendenza nociva si enfatizza la necessità di rivolgersi a un cammino interiore soltanto nei momenti sfavorevoli, cercando un rimedio agli affanni della vita.

Anche nei periodi apparentemente più rosei possiamo osservare la tossicità dell’attaccamento, la separazione che creiamo tra noi e la vita stessa.
Anche allora è urgente rifugiarsi nel Dhamma, scegliere l’apertura anzichè la chiusura, il conflitto.

 

( questo ho ascoltato dal Maestro Corrado Pensa )

Ogni bene, Sudhammo

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