La Presa di Rifugio – Considerazioni

Caratteristica centrale della tradizione buddhista è l’espressione “prendere rifugio”.

Scegliere… decidere per… qualcosa che in qualche modo ha la capacità di proteggerci e di custodire.

Quando la pratica comincia ad essere nostra, meno vaga, più intima e forte, allora, ogni volta un po’ di più, ci rivolgiamo ad essa come un rifugio. Cominciamo a capire che il rifugio nella pratica è più promettente di quel rifugio che tipicamente cerchiamo nelle cose quotidiane della vita, che siano progetti, cose, situazioni, persone, stati mentali, fantasie. Comincia a verificarsi un importante spostamento dell’asse dell’interesse: si comincia, dandogli il nome antico ma ben preciso, a prendere rifugio nella pratica.

La pratica, anche se a volte è travagliata esigente di uno sforzo, comincia ad essere come una spalla su cui poggiarsi, comincia ad essere come un riposo su un sostegno. Quando questo succede, implicitamente ma molto realmente stiamo prendendo rifugio nel Dhamma.

Dhamma è la verità ultima senza tempo da una parte, ma dall’altra è la pratica visibile e verificabile. La pratica nella quale è possibile cominciare a sentire come un rifugio o un sostegno.

Il significato etimologico della parole Dhamma, infatti è proprio “sostegno”.

Cambia la visuale: la pratica non più come compito ma come attività naturale e come sostegno. Tradizionalmente si parla del Triplice Rifugio:

  • nel Buddha,
  • nel Dhamma,
  • nel Sangha.

Il rifugio nel Buddha rappresenta la nostra potenzialità di liberazione: infatti il Buddha rappresenta l’archetipo di un individuo che cerca la liberazione. Il Sangha sono le altre persone, compagni che condividono questo cammino, questa ricerca, questa pratica: sono per noi e noi per loro un vicendevole sostegno. Queste persone si comprendono nel Dhamma.
Nella tradizione buddhista questa triplice rappresentazione viene chiamata anche Triplice Gioiello.

E’ importante capire come tutto questo sia solo un dare nomi, dare simboli ad una svolta di maturazione della pratica. Questa è la “presa di rifugio” autentica.

Se la vediamo come una formula, se la vediamo come una appartenenza ad una religione che porta il nome di Buddhismo, se la vediamo come una preferenza di una credenza, se la vediamo come una inclinazione verso certe idee, allora siamo sempre nell’ambito del contrastare, del paragonare che generano una forte carica separativa; quindi siamo in una falsa presa di rifugio.

La presa di rifugio deve andare oltre gli idealismi; il Buddha, il Dhamma e il Sangha sono aldilà del tempo, hanno intrinseco un significato di lunga più profondo. Se ci sentiamo perplessi davanti a queste parole che non appartengono alla nostra cultura riflettiamo su quel che si e’ appena detto. Sono soltanto parole e concetti di appoggio verso una apertura fondamentale che non abbia parole e concetti: quindi possono aiutarci a ricordare i concetti.

Se c’è chi preferisce altre parole, se c’è chi preferisce prendere rifugio in Dio (i salmi dicono “Il Signore è il mio Rifugio”), perchè non debba valere questo aiuto? perchè non debba valere questa apertura mentale? Se c’è chi non si sente a suo agio con alcun linguaggio religioso, e preferisce prendere rifugio nell’aspirazione a quello che veramente conta, nell’aspirazione alla realizzazione viva e vivente della Verità, perchè non debba valere questo aiuto? perche’ non debba valere questa apertura mentale? 

Quando questa via viene presentata come una filosofia è una prospettiva parziale e in alcuni casi errata perchè la presa di rifugio è una parte saliente della pratica; se vogliamo è una delle parti più squisitamente religiose e spirituali del Buddhismo.

Tutto ciò, comunque, senza voler minimamente rappresentare separatività e dogmatismo; quando lo rappresentasse, perchè succede, fallisce miseramente come presa di rifugio, e diventa un altro aspetto sottile ed ingannevole dell’IO-MIO applicato ad una istituzione o ad un gruppo in contrapposizione ad altre istituzioni o ad altri gruppi; è una vecchia e dolorosa storia del genere umano.  

La presa di rifugio può essere fatta in qualsiasi momento e oltre ad essere un frutto della pratica diventa sia un aiuto che una causa verso la pratica stessa. Se ci troviamo in una situazione difficile, angosciosa, prendere rifugio mentalmente rivela un movimento giusto. Afflitti prendiamo rifugio in un sostegno immutabile, palpabile ma trascendente; prendiamo rifugio in una aspirazione, in una affinità che è dentro di noi come verso una dimensione senza misura, quasi infinita, invece di avvitarci su noi stessi; in questa situazione di afflizione facciamo questo passo di fiducia che non vada verso cose, stati d’animo, persone, idee, aspettative.

Prendere rifugio nella mente che ha deciso di praticare significa coltivare quella mente che ha deciso di dare una svolta al proprio modo di essere.

Mentre mille stimoli, ipnosi esterne ci circondano e tentano di ammaliarci, noi facciamo questo passo di grande dedizione da un lato e di sobrietà dall’altro: la fiducia nella nostra mente, nonostante tutto. Questa è la virtù più umana, più alta, la stessa che in fin dei conti ci ha spinto verso la pratica. Ma questa spinta che risiede in noi è in parte comprensibile ed in parte misteriosa.

Prendere rifugio è anche una fiduciosa presa di rifugio nel mistero: dal punto di vista pratico il consiglio è di non guardare la presa di rifugio in maniera psicologica tipica degli occidentali, ricercando tecniche, riflessioni, integrazioni… e quant’altro.

Se da un lato può sembrare ragionevole, dall’altro ci deve essere una modalità di abbandono fiducioso che non è come un attivo scalpellare, esplorare ma qualcosa di più passivo di apertura senza ripromettersi risultati particolari.

Alzare gli occhi, cambiare prospettiva, andare oltre la nostra storia, oltre i nostri difetti, oltre le nostre virtu’.

Non dare per scontato che ci siano solo queste cose. Nell’antica lingua indiana pali si dice “andare per rifugio”.

Ma se tutto ciò ci suona strano, cerchiamo comunque i nostri modi.

 

( questo ho ascoltato dal Maestro Corrado Pensa )

Ogni bene, Sudhammo

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