mario thanavaro risponde

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56 risposte a mario thanavaro risponde

  1. Felice Di Giandomenico scrive:

    Parlavo del Maestro Mario Thanavaro che conobbi verso la fine degli anni 90 quando frequentavo il monastero di Santacittarama che allora si trovava a Sezze. Ecco perché non riesci a focalizzarmi comunque anche se virtuale sono contento di aver fatto la tua conoscenza. Nella sezione presentiamoci c’è un mio piccoli profilo dove mi racconto un po’.
    Pace e ogni bene a te

  2. Sudhammo Sudhammo scrive:

    felice,
    in quale occasione abbiamo avuto modo di frequentarci?
    se mi aiutassi a focalizzarti riuscirei a ricordami di te…
    ogni bene, Osvaldo sudhammo

  3. Felice Di Giandomenico scrive:

    Ciao non so se ti ricordi di me comunque io mi ricordo molto bene di te ed è un bellissimo ricordo spero di poterti rincontrare presto con affetto
    Felice

  4. Danilo scrive:

    Caro Mario,

    grazie per l’informazione

    Ciao

    Danilo

  5. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Danilo, ti invio il nome dell’agopunturista dott. Benedetta Benedetti. prova a contattarla al tel. 059.223201
    oppure per email: benedetta.benedetti@libero.it
    Spero che ti sia di aiuto! Buona Estate.

  6. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Danilo, la mia agopunturista di fiducia si trova a Modena. Al momento non ho il suo indirizzo con me. Quando torno a Roma se vuoi te lo farò avere. Ti auguro ogni bene. Buona Estate

  7. Danilo scrive:

    Caro Mario,

    apprezzo molto i tuoi post. Grazie per la condivisione…

    Mi puoi dire dove hai fatto l’agopuntura per l’acufene?

    Grazie

    Danilo

  8. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao danilo non devi concentrartisul respiro deve essere, eventualmente, oggetto di meditazione lo “osservi”e lo lasci andare vedrai che si affleviolirà

  9. Danilo scrive:

    Caro Mario,

    in effetti la pazienza è essenziale…e grazie per condividere la tua esperienza ed per il consiglio …vedo anche con l’agopuntura se ho qualche beneficio…

    Ciao

    Danilo

  10. Danilo scrive:

    Caro Claudio,

    grazie per il prezioso e confortante consiglio che proverò a seguire. Il mio problema è che se mi concentro sul fischio diviene davvero insopportabile, soprattutto nella continuità che è necessaria in un ritiro per esempio. Proverò a usare il mantra “don’t cling, don’t cling” come mi ha una volta insegnato un monaco laotiano, per appunto lasciare che sia….:)

    Un caro saluto

    Danilo

  11. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Caro Danilo, scusami se ti rispondo con un po’ di ritardo!
    Anch’io ho avuto l’esperienza di un forte acufene per oltre 6 mesi che ho risolto solo con alcuni trattamenti di agopuntura. Mi rendo conto che la sensazione possa essere fastidiosa ma nella mia pratica il suono costante e prolungato è stato utile per concentrarmi di più e percepire il silenzio di fondo. Porta pazienza e accertati che sul piano medico sia tutto a posto. Un caro saluto.

  12. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao danilo ho letto il tuo post e trovo che vivi l’acufene in modo akusala prova ad invertire il senso; mentre ti scrivo il fischio fischia…ah!ah! lo lascio fischiare a volte è più intenso altre si affievolisce ma quando medito pur essendo non impedisce il sorgere del silenzio anzi se ne fai un punto di osservazione può essere un oggetto di meditazione , credo che non sia un problema , faccio meditazione formale quotidianamente e l’acufene è l’ultimo dei problemi …quel fischio che “non si sopporta” c’è, lascia che sia e vedrai che infine sarà motivo di sorriso compassionevole e di meditazione dell’imperfezione della forma ; pensa c’è sempre qualcuno che ha il pensiero rivolto a noi siine fiero ciao claudio

  13. Danilo scrive:

    Caro Mario,
    sono affetto da acufene, un fischio costante nelle orecchie che mi impedisce di praticare meditazione e ritiri perchè nel silenzio il fischio è amplificato e non si sopporta proprio. Il respiro diviene una cosa talmente secondaria ed in sottofondo che è per me quasi impossibile provare ad seguire le istruzioni.
    I consigli che mi hanno dato sono semplicemente di ridurre la pratica e di cercare di osservare il fischio, altri dicono di provare ad usare il fischio come oggetto…tu hai qualche consiglio? Ho ascoltato un discorso di Ajahn Chandapalo nel quale riferiva di suo padre affetto da un tal problema che lo portò sul limite del suicidio, ma poi il suo cervello si abituò e riuscì a vivere ancora una buona qualità di vita…Ven. Chadapalo mi consigliò di ridurre la meditazione, anche 20 minuti soltanto al giorno sono importanti…Bhante Sujiva mi consigliò di provare ad ignorare il fischio durante la meditazione, ma questo non sono riuscito a farlo…
    Comunque questo limite fisico è indubbiamente un grandissimo ostacolo, se ne parla poco, forse non se ne vuole parlare, non so..comunque con il fischio la pratica della meditazione prolungata mi pare davvero impossibile….una volta ho scritto del mio problema ad un praticante laico di piandeiciliegi che è anche autorizzato a condurre ed organizzare brevi ritiri etc ma non mi ha nemmeno risposto…capisco che un problema di questo tipo può fare paura a chi vuole fare della pratica formale il suo centro di riferimento…non so se Buddha nei suoi sutta parla di cose come questa, ma forse ai suoi tempi il problema non esisteva. Se mi puoi dare un riferimento anche su questo ti ringrazio…
    Ogni bene
    Danilo

  14. Claudio2 Claudio2 scrive:

    E’ vero! l’uso di determinati termini rendono meglio intendere un determinato concetto ; “continuo infinito” è sicuramente più esplicativo di “eterno” che da un’idea di staticità…però il dubbio rimane insoluto è percepibile questo continuo infinito presente a livello temporale o questo non è altro che Asankhata Dhamma un caro saluto claudio

  15. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Claudio, ritornando alle parole e ai loro significati c’è una differenza tra l’espressione ‘eterno presente’ che non mi appartiene e ‘continuo infinito presente’ che a volte uso nel contesto di definizioni convenzionali come quelle temporali. In riferimento al termine Dharma (sanscrito; in páli Dhamma) questo a volte viene adoperato non nel suo significato di insegnamento del Buddha, ma nel significato di verità ultima. Nei testi antichi della tradizione buddhista, infatti, ricorre sovente la definizione Asankhata Dhamma, ‘la Verità Incondizionata’, o Amata Dhamma, la ‘Verità Immortale’.Il Buddha stesso, pur sottolineando instancabilmente l’impermanenza di tutti i fenomeni, i dhamma, che sono di natura temporale proprio perchè sorgono/passano, non manca di indicare quella che definisce Asankhata Dhamma, “la Verità Incondizionata”. Un caro saluto. M. Thanavaro

  16. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao mario hai perfettamente ragione, con le parole esprimiamo se non addirittura sviamo una certa esperienza ma quelle abbiamo per comunicare, hanno la loro valenza se usate rettamente…altrimenti c’è il silenzio che tutto unisce ogni bene claudio

  17. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Caro Claudio, Sadhu, sadhu, sadhu.Le parole sono nei migliori dei casi approssimazioni.

  18. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao visto l’inconsistenza del tempo come si può percepire l’eterno presente? possiamo semplicemente contemplare il Dhamma nel suo manifestarsi tra-lasciando collocazioni in dimensioni “esistenti” solo nel duale infatti sotto certi aspetti passato presente e futuro sono un tutt’uno…invenzioni(percezioni) della mente come recita il primo verso del dhammapada con metta claudio

  19. Cassandra scrive:

    Ciao Mario, ho letto con attenzione il tuo articolo “Sono domande importanti”, del quale mi è arrivata notifica qualche minuto fa.
    Lascio qui un solo commento, una frase che scrisse George Harrison – il meditativo, che aveva seguito intensamente corsi di meditazione trascendentale in India al seguito del Maharishi Mahesh Yogi –, che rispecchia perfettamente il mio percorso di vita, con qualche inevitabile lacuna (mia).
    «Nell’insieme non avrebbe proprio importanza se non avessimo mai fatto dischi o cantato una canzone. Non è importante quello. Quando muori avrai bisogno di una guida spirituale e di una conoscenza interiore che vada oltre i confini del mondo fisico. Con queste premesse direi che non ha molta importanza se sei il re di un paese, il sultano del Brunei o uno dei favolosi Beatles; conta quello che hai dentro. Alcune delle migliori canzoni che conosco sono quelle che non ho scritto ancora, e non ha neppure importanza se non le scriverò mai perché sono un niente se paragonate al grande quadro.»

    Pace a bene, Cassandra

  20. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Claudio, ciao a tutti! Riguardo la consapevolezza e l’attimo presente il Buddha nel Dhammapada dice:

    La consapevolezza è la via della non–morte.
    La distrazione è la via della morte.
    Chi è consapevole non muore.
    Chi è distratto è come fosse già morto.

    Quando siamo distratti la mente rimugina le situazioni e la nostra attenzione è proiettata al passato o al futuro. In questo modo ci perdiamo nel passato, nei ricordi di fatti lontani nel tempo, a cose successe ieri o a quello che è accaduto pochi minuti prima. Oppure ci perdiamo nell’immaginazione del futuro: sogniamo ad occhi aperti, pensiamo alle cose che vorremmo si avverassero, a quello che potrebbe accadere domani o a quello che sta per accadere tra poco. Proiettare l’attenzione e i pensieri al passato e al futuro, o su persone non presenti crea emotività, ansie, paure e angosce, non ci permette di comprendere la realtà, vedere e vivere gli eventi così come sono. Attraverso la meditazione della consapevolezza la mente può comprendere profondamente ‘l’attimo presente’.
    Quando siamo ‘presenti a noi stessi’ viviamo intensamente l’attimo senza interferenze interne e senza uno scollamento dell’attenzione dalla azione in corso.
    Attraverso la meditazione ritorniamo a vivere “in questo preciso momento”.
    Siamo consapevoli che quello che chiamiamo passato o futuro vengono comunque immaginati e vissuti, o rivissuti, dal punto di vista del presente nel quale ci troviamo a pensare.
    Dobbiamo comprendere che passato e futuro vivono nella nostra mente entro uno spazio temporale determinato. Non così il presente.
    Il presente è ristretto ad un solo attimo che immediatamente si trasforma in passato, incalzato dall’attimo seguente che proviene dal futuro.
    E’ proprio la consapevolezza dell’inconsistenza del tempo che ci permette di entrare nella percezione del continuo infinito presente: quel flusso d’Amore che scorre continuamente e la cui percezione è affidata alla consapevolezza dell’attimo presente e a quello soltanto.
    La pratica della consapevolezza ci permette di entrare nello spazio sensibile, di abitare il presente e di coglierne l’attimo fuggente.
    Coltivando la presenza mentale entriamo in contatto con la reale natura di ogni cosa, sentiamo profondamente il valore di ogni azione.
    Riprendiamo in mano la nostra vita. La cosapevloezza dell’inconsistenza dei tre tempi, passato, presente futuro, ci permette di risolvere i traumi del passato, rivelare il ‘presente’ e superare le ansie e le paure del futuro. Essere presenti, vivere l’istante ci permette di prendere contatto con uno stato di coscienza ‘illuminata’.
    Quando ci caliamo nel ‘continuo infinito presente’ sentiamo noi stessi e le risonanze che ogni incontro suscita dentro di noi.
    E’ con questa consapevolezza che possiamo veramente ascoltare l’altro con sensibilità e amore.
    L’esercizio della presenza mentale è il cuore della pratica meditativa. Nell’osservare la mente ci rendiamo conto che gran parte delle nostre difficoltà nascono nel momento in cui siamo incapaci di rilassarci e di lasciar andare.
    Ora non ci resta che praticare!

  21. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao!

    nel pomeriggio durante lo stato meditavivo mi è apparso chiaro come l'”ora” il “momento presente” sia un invenzione della mente per stabilire convenzionalmente un quid che altrimenti non potrebbe essere espresso, ma esso “è” in una dimensione atemporale altrimenti esisterebbe il passato e il futuro con metta claudio

  22. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Non vorrei girarci troppo intorno! Riprendo il testo del mio amico Mauro Bergonzi che presenta anche il punto di vista dell’Adevaita vedanta. Nel suo testo “Riflessioni sulla psicologia del misticismo” Bergonzi scrive: “La via diretta, dunque, mira a lasciar andare ogni conoscenza accumulata per aprire la mente all’ignoto mistero della realtà non duale che si manifesta nella consapevolezza sempre accessibile qui e ora. In questa prospettiva, l’incondizionato non può essere ‘costruito’ o ‘causato’ da alcuna pratica; essendo al di là del tempo, non si può ‘raggiungere’ secondo un concetto lineare di progresso, ma attraverso un ‘vedere’ immediato e profondo; situandosi al di fuori della portata di ogni limitata comprensione concettuale, non è conoscibile secondo criteri meramente razionali; essendo una dimensione sconfinata e non duale, trascende ogni ‘esperienza’ che possa avvenire entro il ristretto orizzonte della mente condizionata (confinata nel dualismo di soggetto e oggetto). Apertura al mistero significa affacciarsi con il cuore e la mente sull’ignoto che si cela nell’immediatezza del presente, risvegliandosi alla consapevolezza dell’assoluto attraverso una radicale spoliazione della coscienza, come con cristallina semplicità raccomanda A. Chah:

    “There is no way that we can guarantee that anything is definitely like this or like that, so the Buddha said to just leave it be. Leave it be as uncertain. However much you like it or dislike it, you should understand it as uncertain.
    Regardless time and place, the whole practice of Dhamma comes to completion at the place where there is nothing. It’s the place of surrender of emptiness, of laying down the burden”.

    Il rischio maggiore di un’accezione unilaterale della via diretta consiste nel sottovalutare il peso dei condizionamenti mentali: lasciar andare il pensiero dualistico e aprirsi immediatamente al mistero non è ancora possibile per una coscienza oscurata da radicate abitudini cognitive ed emotive, per cui si rende spesso necessaria una preliminare purificazione della mente che può avvenire soltanto con gradualità nel tempo.

  23. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Claudio, riprendo dal tuo ultimo post in cui parli del pensiero sciamanico così come descritto da don Juan. Ricordo che il suo libro “L’isola del Tonal” mi intrigò. Mentre lo leggevo,all’epoca evevo 20 anni, a livello razionale non ci capii molto ma mi aprì dentro uno spazio intuitivo fondamentale. E’ da quello spazio che vidi chiaramente come orientare la mia vita e dedicarmi a pieno alla meditazione. Ritornando alla mia quasi ventennale esperienza monastica ci tengo a sottolineare che è stata importante. Personalemente la consiglio a tutti coloro che sono interessati ad approfondire il Buddhismo Theravada. Del resto ora è possibile prendere i voti anche in Italia e di questo sono felicissimo!

  24. Claudio2 Claudio2 scrive:

    scusa non mi ha inserito

  25. Claudio2 Claudio2 scrive:

    non credi che fino a quando c’è coscienza (mente pur se sottile) siamo sempre sottoposti alle legge della realtà condizionata? anicca e anatta e conseguentemente dukkha permangono , la liberazione avviene nel momento che lasciamo andare la pretesa di esistere anche oltre il piano sensoriale e tralasciamo qualsiasi tipo di identificazione

  26. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    A volte i comici sono saggi!
    “Iniziare un nuovo cammino spaventa.
    Ma dopo ogni passo che percorriamo
    ci rendiamo conto di quanto era
    pericoloso rimanere fermi”.
    (Roberto Benigni)

  27. Sudhammo Sudhammo scrive:

    IL SENTIERO
    =========
    bianca nimmala scrive: ” … Pur se dopo molta pratica sono caduta … ”

    non a caso si chiama “sentiero del dhamma”… e non strada del dhamma, o autostrada…
    un sentiero è impervio, imprevedibile, insicuro… ma sempre meglio che camminare nella folta boscaglia…
    un sentiero è fatto di salite, piccole e grandi, come di discese, piccole e grandi…
    un sentiero è pieno di buche, di pozzanghere, che celano possibili pericoli…
    un sentiero è sinuoso, con curve strette e larghe che nascondono la visuale lunga…
    il sentiero è rassicurante, perchè percorso da amici che camminano con noi, insieme gli uni accanto agli altri… pronti a dare un aiuto a chi inciampa su un ciottolo sporgente… pronti a curare le ferite del brecciolino che ha bucato le ginocchia… pronti a pulire la polvere che sporca i vestiti…

    questo e solo tutto questo è il sentiero del dhamma, il sentiero della vita.
    sei caduta? bene… (lo diceva spesso anche il mio omeopata quando avevo reazioni violente ai suoi rimedi, e ne era veramente soddisfatto).
    è certamente servito per una tua crescita. avrai imparato certamente qualcosa: adesso sei di nuovo pronta per riprendere il cammino con una esperienza in più…
    ogni bene, osvaldo sudhammo

  28. Nimmala Nimmala scrive:

    Sto seguendo tutti voi con grande interesse e ringrazio perche’ sto imparando molto da cio’ che scrivete. In un modo certo si stanno aprendo delle porte tenute socchiuse. Sono daccordo con te manu i, mai come in questi giorni ho aperto colloqui interiori importanti, facendo emergere ed accettando con enorme sofferenza la nostra vulnerabilita’, aprendomi all’accettazione. Situazioni che nella vita capitano, sono capitate o capiteranno a tutti. Ho vissuto una sorta di sgretolamento mentale e sono convinta che solo dai bassi fondi si riemerga. Sono scivolata mio malgrado confrontandomi col dolore chiudendomi nel silenzio. Non sono stata vigile,
    ne capace di accettare le cose cosi come mi si erano presentate.
    Pur se dopo molta pratica sono caduta.
    Con metta
    Bianca nimmala

  29. manu i scrive:

    caro sudhammo.. io non appoggio ne tanto meno acclamo… semplicemente condivido e ammiro l’onestà spirituale di thanavaro non la sua scelta di cui conosco solo un riassunto di parole…ho rafforzato, forse in maniera un po’ troppo ferma , quello che vedo intorno a me in linea di massima, cioè, in ultima analisi, persone che pur di stare nel sistema spirituale scelto, mandano giù difficoltà personali con grandi sorsate di buonismo e senso del dovere, sono profondamente convinta ,come tutti voi sicuramente che gran parte del cammino spirituale consista proprio nel dirigere il cuore verso la direzione che si sente giusta perché apre colloqui interiori che portano libertà apertura verso se stessi e verso gli altri …ma per dirigere il cuore bisogna ancorarsi fortemente alle regole perché ci permettono di com-prendere a fondo dove sta la libertà questo è il concetto che unisce tutti noi alla base,( credo). metta a tutti voi

  30. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao i cinque o otto precetti che assumo secondo le circostanze non mi vanno stretti sono un aiuto nella pratica di sila, al limite mi va stretta la scarsa partecipazione alle cose mondane che si ha nella vita monacale e non ho agito secondo meglio o peggio ma secondo le circostanze che mi sono venute incontro, circostanze accolte sempre con un buon margine di accettazione e con “spirito” aperto all’accadente

  31. Sudhammo Sudhammo scrive:

    COMODO COME UN PAIO DI PANTOFOLE
    =======================
    invece per me, dimorare nella pratica del dhamma così come è, con le sue regole stringenti, con i suoi precetti, con i suoi rituali mi calza come una bel paio di pantofole calde.
    anche io vengo da un’educazione cristiana cattolica: ma per mia fortuna -o per mio kamma- iniziai molto presto a cercare strade alternative. ero catechista di bambini della 1° elementare e già al secondo anno li ho dovuti lasciare xkè quanto insegnavo loro non era gradito nelle linee guida dal parroco e dal coordinatore del gruppo dei catechiesti. eppure durante i ritiri di una settimana per soli catechisti mi sentivo profondamente trasportato ed in linea con gli insegnamenti profondi.
    era sull’applicazione pratica che mi scontravo con ipocrisie, falsità, e quanto di altri mi faceva vivere male tale realtà.
    già verso i miei 17 anni ero alla ricerca di qualuno che mi insegnasse la meditazione, xkè ho sempre sentito un qualcosa venir fuori dal mio interiore, come fa la lava da dentro le viscere di un vulcano. deve uscire, punto e basta…
    un lungo epriodo buio, ma la cenere covava: mi sono avvicinato alla meditazione vipassana grazie a corrado pensa. ho seguito i suoi consigli che guardano con favore la pratica del buddhismo theravada…
    abito a soli 12m35sec dal monastero santacittarama…
    mi sento a mio agio nella pratica buddhista theravada come un acino nel suo baccello.
    cosa dovrei seguire di diverso se ho già quanto mi serve, sia come insegnamento che come guide spirituali?
    qualcuno ha provato a coinvolgermi in altre attività o tendenze spirituali diverse, ma pur sempre nella stessa direzione. ma mi trovo a mio agio nella pratica theravada. scheletrica, essenziale, chiara, ficcante.
    e così, scherzando, dissi che mi sento come un 2bravo scolaretto”… che pratica secondo le regole. non sono un tipo che esce dalle regole: sono uno che -per esempio- rispetta i limiti di velocità in auto, pur di fare la coda dietro di me. ma come ha detto ajahn chandapalo sabato scorso, non vorrei trovarmi a fare azioni o vivere situazioni delle quali potrei e/o dovrei pentirmene, attivando quei rimorsi di coscienza che non ti fanno vivere. ho tanto da fare per crescere ed evolvere interiormente, che non posso permettermi distrazioni sciocche del “normale e civile vivere” in questa società.
    per finire, mario dice che si trova meglio adesso che non prima quando era monaco… claudio è dello stesso avviso avendo fatto molteplici esperienze, manui appoggia e acclama… io osservo e penso che tutte le esperienze sono giuste e corrette allo stesso modo, purchè siano vissute consapevolemente, scelte liberamente, perseguite con la giusta determinazione, calate addosso come fossero un bel paio di pantofole.
    ogni bene, osvaldo sudhammo

  32. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao sudhammo avrei voluto risponderti sul link postato ma ancora non ho capito come fare eh!eh! quanto scrivi è più o meno in linea con il mio sentire, quello che mi ha fuorviato è statoiltermine evolvere a cui hodatoun senso di miglioramento mentre, secondo me, il kamma non migliora è semplicemente effetto e causa ciao con metta claudio

  33. Claudio2 Claudio2 scrive:

    caro thanavaro ti ringrazio per quanto hai scritto e per l’onestà con cui l’hai fatto; osservando i residenti del monastero spesso ho colto delle “ristrettezze” che se facilitano un certo percorso sicuramente precludono altre esperienze che se vissute con rettitudine sono importanti nel cammino, mahapanyo una volta accennò a queste tematiche affermando che il vinaya restringe i margini di errore riducendo però il campo esperenziale e questo “abito” per molti, me compreso, va un pò stretto; come giustamente scrivi è l’intento quello che conta e se si è nel retto intento e si seguono le indicazioni presenti nelle quattro nobili verità la nostra esperienza terrena non potrà che essere “serena”; riguardo quanto hai scritto nel tuo ultimo post è mia opinione che sia restrittivo identificarsi in un modello sia perchè è esso stesso impermanente che perchè è nell’indole dell’uomo sperimentare ed esperire molteplici “realtà”; nella mia esistenza terrena sono stato molteplici modelli, meditavo questa mattina di come abbia vissuto e in un certo senso viva quotidianamente i vari piani esistenziali prospettati dal buddha e come la mia ricerca abbia toccato anche altri cammini spirituali,sono stato cristiano per nascita ho avuto contatti con l’islam durante la mia permanenza in pakistan e afganistan e con l’induismo durante il mio peregrinare giovanile (anni 70) e mi sono interessato al pensiero sciamanico di don juan e con questo mi ricollego al tuo penultimo post quando accenni o meglio parli di “coincidenza significativa” e di universo molto profondo in noi e di percezione della realtà,don juan parla di realtà separata tonal (ciò che appare) nagual (ciò che è) molto interessante e suggestiva ma non credi che queste siano samskara? formazioni mentali più o meno sottili che però fanno parte della realtà condizionata e che ci allontanano dalla vera natura della mente (rigpa) come è descritta nel dzogchen? ringraziandoti nuovamente per il tempo dedicatomi un saluto amichevole, con metta claudio

  34. manu i scrive:

    caro mario, ho letto anch’io con attenzione e interesse la tua storia personale . non immagini con quanto piacere abbia apprezzato la tua onestà interiore. io non parlo mai del fatto che pratico la meditazione, perché è un percorso mio personale e perché so che nel contesto nel quale vivo, “la meditazione” è scollata dalla realtà.ascolto molto volentieri ,pero’ ,chiunque abbia piacere di esporre la propria ricerca spirituale. molto spesso, come tu dici , seguono e rincorrono modelli che sono molto di facciata. non sento la dinamica che puo’ nascere da un disagio interiore e che se stai cercando “la pace” devi avere il coraggio di attraversare, il coraggio di accettare che non “corrispondi al modello” che devi chiedere aiuto affermando all’altro che in te c’è “un po’ di schifo” di cui occuparsi e saper prendere dall’altro il buono che puo’ darti in aiuto. questo è purtroppo esteso un po’ a tutti i campi spirituali .la regola che ti “suggerisce” il sistema spirituale che uno sceglie, diventa man mano cosi’ rigida,che chiude il proprio ego in un’impalcatura sicura e socialmente accettabile,anzi ,ammirevole.questo io lo aborro. meglio il coraggio di ascoltare il proprio cuore e saper seguire questa regola piuttosto che costruire un nuovo “io spirituale”metta a tutti voi

  35. Sudhammo Sudhammo scrive:

    IL KAMMA
    ======
    claudio2 chiede: ” … sudhammo evoluzione del kamma? che intendi … ”

    gentile claudio,
    avevo impostato un post nei blog per parlare del “kamma”.
    ti riporto qui sotto l’url, dove potrai trovare una risposta, o delle risposte, al mio concetto di kamma che mi sono costruito e come l’ho compreso.

    http://www.lapanchinadelmonastero.it/?p=3264

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  36. Sudhammo Sudhammo scrive:

    IL XKE’
    ====

    gentile mario thanavaro,
    ho letto con molta attenzione la tua storia personale circa il xkè tu abbia lasciato la vita monastica. avrei voluto chiedertelo sia vis-a-vis che per scritto qui sul sito nel tuo spazio. ma non ho trovato il coraggio fino in fondo. avevo scritto il messaggio ma prima di digitare “invio” l’ho cancellato.
    avrei voluto chiederti come mai molti laici vorrebbero avere l’opportunità di una vita monastica, ma si fermano davanti alle responsabilità assunte durante lo svolgimento dei primi anni della vita, mentre tu che l’avevi scelta fin da ragazzo, quindi ancor senza assunzioni di responsabilità verso altri quali una moglie e dei figli, l’hai poi abbandonata…
    ecco, l’hai scritto tu, grazie alla domanda esplicita che claudio ti ha rivolto.
    grazie della tua testimonianza e degli interessantissimi xkè!
    piacere di averti incontrato… e rincontrato, non per caso, ma per causa… uno di quei segni colti da entrambe lo scorso luglio.
    ogni bene, osvaldo sudhammo

  37. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Caro Claudio, mi piacerebbe dire che sono da sempre un bodhisattva nato!
    Se avrai la pazienza e l’interesse di leggerla troverai qui sotto la mia risposta alla domanda: “Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta ad abbandonare la vita monastica?”.

    Mario Thanavaro:”Le motivazioni che mi hanno spinto ad abbandonare la vita monastica sono tantissime, molto spesso mi sono sentito come un pesce fuor d’acqua, vivendo in una realtà diversa da quella orientale dove dovevo continuamente spiegare o giustificare la mia diversità. Ciò ha comportato anche un certo protagonismo ed un carico eccessivo di responsabilità e lavoro che ha inciso sul mia stato di salute.
    Ma sicuramente quella fondamentale è che intendevo essere vero. Vero e dunque coerente con il mio pensiero, che era cambiato nel corso di diciotto anni. Inizialmente vedevo la mia vita come un impegno monastico ad oltranza, un impegno fino alla morte e fino all’illuminazione, successivamente, all’interno di questo mio percorso di studio, pratica e crescita, mi sono reso conto che la mia finalità non era fare il monaco a tutti i costi ma era vivere la vita in modo pieno e dunque nel rispetto di tutte le voci interiori che mi chiamavano all’ascolto. Una di queste voci interiori messa a tacere, e forse mai ascoltata, era sicuramente quella affettiva per cui all’età di quarant’anni mi resi conto di sentirmi incredibilmente solo. Questa esperienza, come ho avuto modo di verificare, è stata molto simile a quella di altri monaci che si sono trovati, dopo diversi anni, ai vertici del loro percorso monastico (come abati) ma in situazione di grosso isolamento sia di rapporto relazionale amicale, sia di rapporto profondo con se stessi; nell’arco di dieci anni circa nove o dieci abati (monaci occidentali) hanno lasciato l’ordine monastico. Questa constatazione è come dire che la spinta monastica segue una modalità, secondo il modello tradizionale, che è verticistica ma una volta arrivati alla cima della montagna ci si rende conto che si deve scendere e dunque la discesa molto spesso corrisponde a lasciare i voti monastici e a ritornare nel mondo. E’ un percorso molto simile a quanto si racconta nelle storie zen: si va sulla montagna in ritiro e poi si ritorna al mercato; infatti adesso mi ritrovo al mercato a fare la spesa invece della questua.
    Secondo la mia personale esperienza, posso dire che il limite di un modello o, di qualsiasi modello, è che si tende ad adottarlo per un qualsiasi motivo o per una qualsiasi tipo di ideologia o per qualsiasi tipo di realizzazione, spostando l’attenzione molto spesso a quanto è bello e perfetto il modello e quanto si è carenti e limitati rispetto al modello. Questo tipo di modalità di apprendimento l’ ho trovata anche nella situazione monastica in cui si ha un modello eccezionale come la vita del Buddha (penso che, insieme alla vita del Cristo, sia uno dei modelli migliori che si possa adottare). Dunque spostando l’attenzione sul modello si è sempre in una situazione di fatica e di rincorsa perché il modello è sempre più avanti e questo, con l’andare degli anni, porta ad un vero e proprio esaurimento dell’ energia: “fino a quando si stramazza a terra e si comincia a prendersi cura di se stessi”.
    Questa fu anche l’esperienza del Buddha che per sei anni seguì il modello degli “asceti” ed infine è crollato, ha rotto il digiuno forzato con una pappa di riso dolce ed ha trovato “la sua via”. Penso che questo percorso sia comune a molte persone. Nella vita monastica non ho ricevuto molto aiuto rispetto alle difficoltà personali di natura psicologica perché nella vita monastica ci sono innanzitutto le regole e si è tenuti a seguirle, anche a discapito delle difficoltà e delle problematiche che esse provocano all’interno della persona. L’atteggiamento più comune è quello della rimozione e tutto l’aspetto emotivo viene vissuto molto poco a discapito dell’equilibrio delle persone.
    Non a caso la mia esigenza di abbandonare la vita monastica è stata dettata dal bisogno di salvaguardare la mia salute psicofisica, dall’esigenza di guardarmi fino in fondo per poter essere sano. Sostanzialmente io dovevo salvarmi la pelle, nel senso che negli ultimi due anni ero spesso malato e non riuscivo a guarire perché la malattia nasceva da un disagio molto profondo sicuramente legato all’isolamento ed alla solitudine relazionale; legato anche al fatto che non mi sentivo pienamente dentro la tradizione Theravāda (mi sono sempre sentito molto più affine e vicino all’ insegnamento Mahayana maggiormente rivolto alla relazione con l’altro) e dunque viveo un grosso disagio rispetto a questo rigore ascetico ed al distacco relazionale. Ho dovuto accettare una mia diversità di fondo e dire: “questa non è più la mia scarpa quella che mi fa star bene per il viaggio nella vita”. Del resto nel buddhismo non esistono voti indissolubili, contrariamente a quanto è invece previsto in altre religioni. Già al momento dell’assunzione dell’impegno monastico è implicita la considerazione che questo abbia solo un valore temporaneo, e quindi si scioglierà da sé allo scadere del tempo prestabilito; ma anche qualora il voto venisse espresso a tempo indeterminato è possibile recedere da esso semplicemente comunicandolo ad un proprio confratello. In Laos, Birmania e Thailandia è prassi comune l’ordinazione temporanea mentre nello Sri Lanka, un paese tradizionalmente buddhista che ha vissuto una forte colonizzazione e forzata conversione al cattolicesimo, nell’ammissione al Sangha era implicito la volontà di salvaguardare con il proprio impegno monastico a vita la tradizione religiosa del paese. L’anno in cui mi sono smonacato avevo fra i miei studenti un sacerdote cattolico anziano, che quando lasciai l’ordine mi scrisse una bellissima lettera nella quale apriva il suo cuore e dichiarava di ammirare il mio coraggio per aver fatto un gesto che anche lui avrebbe voluto fare ma che non riusciva a fare per paura della vecchiaia e della solitudine. La mia situazione e il mio ruolo, erano gravati da molti impegni e responsabilità (ero anche presidente dell’Unione Buddhista Italiana), impegni e responsabilità che non mi sentivo veramente di svolgere. Mi ritrovai anche nella situazione di amministratore: ero coinvolto con l’amministrazione finanziaria del monastero e questo impegno andava contro i principi di rinuncia e povertà che mi avevano portato a scegliere la vita monastica. Quando si deve assicurare la sopravvivenza di una struttura, si incomincia anche ad avere una mente rivolta a degli aspetti pratici di gestione del denaro. Al mio rientro in Italia mi ritrovai ad essere abate in una casa che era senza fondamenta e mi dovetti quindi sobbarcare l’impegno di ristrutturarla facendole le fondamenta. Il nome Thanavaro significa “Fondazione eccellente” e penso che questo nome è stato guadagnato in prima linea, sul campo di battaglia. Mi ritrovai a vivere una vita che non avevo scelto, una vita in cui era difficile seguire lo stesso impegno alla rinuncia.
    Un ulteriore elemento che ha contribuito alla mia decisione di abbandonare la vita monastica riguarda sicuramente la sessualità perché penso che questo sia un elemento molto forte sia nella psiche che nella costituzione fisiologica di qualsiasi essere umano. Io non avevo mai dato spazio alla sessualità perché fin da ragazzino mi ero sentito monaco e votato al celibato. Col passare degli anni e con l’esperienza mi sono reso conto che la sessualità è strettamente legata all’affettività ed è una parte essenziale di se stessi, una parte inscindibile dell’apertura del cuore. Il cuore deve essere “pienamente umano” prima di trascendere se stesso e del resto è stata questa l’esperienza del principe Siddharta che dopo aver pienamente sperimentato i sentimenti e le emozioni umane ha potuto trascenderle.
    Oggi giorno mi sento pieno di una ricchezza inestimabile, la ricchezza che viene dallo sperimentarsi pienamente e la cosa che mi ha stupito è che nessuno vuole veramente sapere che cosa mi ha portato a questo cambiamento. Questa negazione di me si verifica soprattutto tra le persone che praticavano con me prima del mio ritorno allo stato laico. Ho perso molto seguito fra le persone che praticavano la vipassana in senso stretto. La mia visione, oggi giorno, è olistica. Do quindi più spazio all’espressività e gli strumenti, o mezzi abili, sono tra i più disparati; uso anche la voce, il movimento, gli esercizi. Il mio modo di presentare il Dharma e la pratica stessa sono cambiati. Tuttavia il mio impegno al risveglio spirituale non è diminuito ma, al contrario, intendo portare l’insegnamento e la pratica del Dhamma a un maggior numero di persone. Di fatto presentarsi come strettamente legati a una dottrina e in particolare con un abito da monaco presenta delle limitazioni. A volte crea delle barriere in un contesto sociale come quello italiano ove la maggior parte delle persone si professano cattolici. Ho notato delle resistenze in relazione ad un’altra tradizione religiosa e una certa ostilità da parte della Chiesa. Ritengo che la ricerca interiore e la crescita spirituale siano possibili al di là di una fede religiosa. La pratica della meditazione inoltre può essere divulgata più facilmente al di là di connotazioni specifiche. In altre parole non c’è bisogno di una conversione formale al Buddhismo per seguire la via al risveglio indicata dal Buddha”.

  38. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao una domanda che avrei voluto farti, personalmente, quando le vicende terrene ci avrebbero fatto incontrare, pensa l’urgenza della questione, a cui tu hai dato la risposta nelle ultime righe dell’articolo pubblicato oggi,la motivazione che ti ha portato a lasciare la vita monacale è riconducibile al desiderio di aiutare altri nella pratica meditativa una sorta di bodhisatva…complimenti con metta claudio

  39. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Caro Claudio, Anjeli!
    Che il nostro pensiero arrivi lontano e venga percepito è un fatto. Per esempio il pensarsi contemporaneamente direi che si tratta di una coincidenza significativa. Che cosa sono le coincidenze significative?
    Sono dei collegamenti che sembrano strani e improbabili tra due o più eventi. Per esempio se sogno un amico o un compagno di scuola che ho conosciuto dieci anni fa e il giorno stesso lo incontro per strada dopo non averlo visto per decenni, questa è una coincidenza significativa. E’ un evento abbastanza improbabile ma che accade o si ripete. Cosi come incontrare per esempio sempre lo stesso numero in diversi luoghi e contesti.
    Dunque le coincidenze significative sono sicuramente dei messaggi. Sono messaggi che vengono da dentro di noi, da un universo che è molto, molto profondo. Sono un modo di manifestarsi dentro ciascuno di noi, quindi strettamente personale, del nostro universo interiore. Naturalmente i messaggi che riceviamo ‘dentro e fuori di noi’ bisogna vederli nel contesto di altri messaggi per evitare folli voli di fantasia. In alcuni periodi della vita siamo particolarmente aperti a questo universo più profondo ci parla in modi che non sono strettamente razionali, che riguardano l’altro emisfero del nostro cervello. Se ti accade qualcosa che ha su di te un profondo effetto, prima di capirne il significato sul piano razionale, è importante che tu colleghi questo tipo di messaggio con altri messaggi. Per esempio con i sogni, le intuizioni, i messaggi che ti vengono da altre persone, dagli animali, dagli eventi della tua vita della natura. In altre parole è importante che tu ampi la tua visione e percezione della realtà. Nell’arco delle 24 ore possiamo ricevere tanti messaggi. Dipende da noi saperli recepirli e comprenderli. Quindi una cosa importantissima per le coincidenze significative come per tutti gli altri tipi di messaggi è essere aperti a questo universo che si manifesta in maniera strana, improbabile, ma che dimostra che degli eventi sono collegati anche se strani e improbabili. In effetti le coincidenze significative accadono quotidianamente a tutti, se non si è abituati a prenderli in considerazione non si registrano, e si perdono. E’ come ricevere un dono e buttarlo via per non averne riconosciuto la preziosità.
    Se vuoi usare anche questo tipo d’informazioni nel tuo percorso di crescita puoi utilizzare come metodo la scrittura. Annota su un quaderno, o un foglietto qualsiasi per non dimenticarlo, ciò che di significativo ti accade. La stessa cosa si può fare con i sogni e le intuizioni. Quindi è consigliabile trascrivere questi messaggi. Poi naturalmente è molto importante, per esempio andare a rivedere le coincidenze che uno ha avuto nel corso della sua vita e quali in particolar modo sono stati ricorrenti e importanti per delle scelte. Cioè collegarli con le scelte che abbiamo fatto; può essere stata una scelta di lavoro, d’amore, o altre scelte che noi abbiamo fatto per capire quali modelli ed eventi ricorrono nella nostra vita. Queste coincidenze significative fanno parte di un universo che noi oggi incominciamo a conoscere un po’ meglio anche in ambito scientifico. Sono da alcuni definite manifestazioni “non locali”, indicano la coincidenza nel tempo di due o più eventi causalmente non correlati che hanno lo stesso o simile significato come l’evento sincronico indicano una interconnessione, un luogo di mezzo, tra due realtà che solitamente percepiamo come separate dallo spazio e dal tempo.
    Come dice Pauli Kammerer. “Onnipresente e continua nella vita, nella natura e nel cosmo. E’ il cordone ombelicale che connette pensiero, sentimenti, scienza e arte al grembo dell’universo che li ha partoriti”. Per riconoscere questi eventi e non scambiarli per banali avvenimenti è necessario custodire la nostra ricchezza interiore “la consapevolezza”. Ci sono diversi modi per farlo. Con lo yoga, la meditazione, oppure con altre tecniche o semplicemente stando ad ascoltare dentro di noi cosa avviene e più semplicemente amando veramente. Spero di essere stato esaustivo. Ti auguro ogni bene.
    Nel Dharma. Mario Thanavaro

  40. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao…che strano l’ho riletto appena ieri nel pomeriggio con metta claudio

  41. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Sono tornato e sono già in partenza! A tutti i lettori e a coloro che scrivono in questo angolo chiedo pazienza per le mie frequenti assenze! Il primo insegnante rispose ad una mia lettera piena di domande dopo soli 7 anni! Un giorno condividerò con voi la sua risposta.
    Per ritornare ad un tema che ritorna spesso nelle conversazioni vorrei citare Ajhan Chah che con la sua chiarezza ci può aiutare!
    Tratto da “Cibo per il Cuore” – Ajahn Chah

    Per conoscere chiaramente secondo saggezza bisogna ricorrere all’investigazione. Ciò significa investigare i sankhara (fenomeni composti e condizionati) per quelli che sono in realtà. Usare la saggezza. Conoscere la vera natura dei sankhara è saggezza. Non conoscerla, significa fare la guerra ai sankhara, contrapporsi continuamente. Secondo voi cosa è meglio, lasciarli andare o combatterli, contrapporsi? Eppure siamo disposti a implorarli perchè assecondino i nostri desideri. Cerchiamo con ogni mezzo di controllarli o di farceli complici. Che si provi dolore, o ci si ammali, recitiamo i sutta, e diventa coma una sorta di rituale esoterico che ci invischia peggio di prima nell’attaccamento. Questo perchè l’intento è scongiurare la malattia, prolungare la vita e via dicendo. Per la verità, il Buddha ci ha dato questi insegnamenti per aprirci gli occhi, ma noi ci ritroviamo a recitarli per alimentare la nostra illusione. “Rupam aniccam (la forma è impermanente), vedana (sensazioni) aniccam, sanna (percezione) anicca, sankhara (volizione) anicca, vinnanam (coscienza) anicca…”, queste parole non si recitano per alimentare l’illusione. Sono meditazioni che ci aiutano a prendere atto della verità riguardo al corpo, cosicchè possiamo lasciarlo andare e abbandonare il nostro attaccamento.
    Quindi si recitano per semplificare le cose, anche se noi tendiamo a farlo per farle durare, o per abbreviarle se ci pare che durino troppo, per piegare la natura ai nostri desideri, insomma. Ma è una grossa illusione. Tutta quella gente radunata nela sala, senza eccezioni, è vittima dell’illusione. Chi recita i sutta si illude, chi ascolta si illude, si illudono tutti! Pensano solo a questo: “Come evitare la sofferenza?”. Quando si decideranno a praticare!
    (…)
    Dicono che oggi il Buddhismo sia in piena fioritura; io direi invece che peggio di così non potrebbe andare. Le sale del Dharma brulicano di ascoltatori attenti, ma è un’attenzione sbagliata. E i membri anziani della comunità non fanno eccezione, sicchè ciascuno sembra contribuire all’illusione generale.
    Chi è in grado di riconoscerlo, sa anche che la vera pratica va in direzione quasi diametralmente opposta alla strada battuta dai più, tanto che fra i due fronti la comunicazine è difficile. Come pensano di potersi affrancare dalla sofferenza tutti costoro? Hanno a disposizione parole portatrici di verità, ma se ne servono, tutto al contrario, per alimentare l’illusione. Voltano le spalle al retto sentiero.
    La maggior parte della gente è confusa. Ma andate a farglielo capire! Tutto è diventato rito, rituale, cerimonia esoterica. Recitano i sutta, ma lo fanno ottusamente, non saggiamente. Studiano, ma lo fanno ottusamente, non con saggezza. Sanno, ma è un sapere ottuso, e non saggio. Sicchè alla fine i loro modi sono ottusi, la loro vita è ottusa, la loro sapienza è ottusa. Proprio così. Per non parlare degli insegnanti… oggi come oggi riescono solo a istupidire la gente. Pretendono di produrre gente intelligente, di diffondere la conoscenza, ma se consideriamo la verità dei fatti l’unica cosa che insegnano è andare a caccia di vane illusioni.
    Lo scopo vero dell’insegnamento è la percezione diretta della vacuità dell’io, o atta, che non possiede un’identità permanente. E’ privo di esistenza intrinseca. Ma la gente viene a studiare il Dharma per alimentare la propria fede nell’io, perciò non è disposta ad affrontare sofferenza o disagio. Vorrebbe che fosse tutto rose e fiori. Forse vuole trascendere la sofferenza, ma se ancora c’è un ‘io’, come spera di riuscirci?

  42. Claudio2 Claudio2 scrive:

    esserci una “entità” che sostenuta dall’evoluzione del kamma e dalla consapevolezza

    la vacuità o l’essere vacuo è una caratteristica di tutte le forme manifeste semplicemente non hanno la capacità di esistere di per sè, guardando il video del pc ho la visione di come esso non sia a se stante, alle sue “spalle” c’è l’apporto del materiale con cui è costruito, di chi l’ha costruito e più la mia visione profonda indaga più trovo ulteriori componenti, perchè questa visione è importante? perchè grazie a questa posso rendermi conto di come ciò che è manifesto è legato al ciclo dell’esistenza (nascita e morte),se non fosse dipendente , se avesse la capacità di generarsi si creerebbe immortale privo di invecchiamento, questo mi aiuta a lasciar andare, la seconda nobile verità dice che una delle cause di dukkha ( sofferenza andreina) è dato dal desideriodi essere e quello di guardate dietro lo specchio è un suo manifestarsi, essere come lo specchio è non aggrapparsi a nulla non fare “nostro” ciò che sorge osservarlo e con metta lasciarlo scorrere

    ps andreina mi sembra di usare parole semplici se hai dubbi esponili per me non ci sono problemi
    con metta claudio

    sudhammo evoluzione del kamma? che intendi

  43. Andreina Andreina scrive:

    Quello che scrivete e’ interessante. Riuscite a esprimere questi concetti più semplicemente? Anche io come manu medito da poco tempo e tenere la discussione alta in termini e concetti mi disorienta. Sembra tutto più difficile, estremamente difficile, dandomi insicurezza. Grazie.
    🙂 Andreina 🙂

  44. Sudhammo Sudhammo scrive:

    ANIMA, COSCIENZA, ENTITA’ VACUA, … … …
    =========================

    claudio2 scrive: ” … questa forma nè è nata nè muore è increata in quanto vacua … ”

    aspettavo che il maestro mario thanavaro rispondesse a questi interrogativi, ma da un contatto telefonico che ho avuto con lui mi diceva di essere molto impeganto, tanto da non riuscire a dedicare -al momento- del tempo per rispondere e intervenire in questo dibattito che abbiamo instaurato.
    anche ieri, durante una giornata al monastero santacittarama, si parlava di questo argomento con altri amici di dhamma -marco, angelo, stefano, giuseppe- e ognuno esprimeva il proprio sentire, la propria idea del concetto che tu hai espresso enl tuo post e che ho riportato come titolo.
    sono d’accordo che tutto ciò che è “materiale” sia impermanente, così come per percezioni che si creano dall’interazione con i 5 sensi.
    ciò che sostengo -e che anche il buddha non dette mai una risposta- è che potrebbe esserci una “entità” che sostenuta dall’evoluzione del kamma e dala consapevolezza strasceda il tempo, lo spazio, la vita e la morte…
    questa entità che in altre religioni potrebbe essere l’Anima, in altre la Coscienza, e forse nel buddhismo dovrebbe essere questa “forma vacua”, che comunque ne siamo coscienti dell’esistenza -in quanto ci spinge alla ricerca e sul sentiero del dhamma- ma che nello stesso tempo ci sfugge ai sensi -proprio xkè inanimata e incosistente ai 5 eggregati.
    così navighiamo sulle sensazioni, sulle ipotesi.
    dall’altra parte porti l’esempio dello specchio: lo specchio che riflette i miei 5 sensi, ma che è comunque inconsistente.
    questa “entità” -secondo il mio sentire- è dietro lo specchio: ma, ahimè, lo specchio è incollato con colla siliconica al muro, e non possiamo guardare dietro cosa nasconde…
    lo scopriremo solo quando periremo insieme allo specchio stesso…
    del resto basterà avere solo un po’ di pazienza…

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  45. Nimmala Nimmala scrive:

    Riflessioni sul Senso della Vita
    di Ivo Nardi – Indice personaggi intervistati
    Riflessioni.it è il luogo ideale per fermarsi e riflettere sul senso della vita e lo faremo attraverso le risposte che persone di cultura hanno dato a dieci domande da me formulate.
     
    Intervista a Gianfranco Bertagni   febbraio 2012
     
    Gianfranco Bertagni vive a Bologna. Si interessa soprattutto di filosofia comparativa, del rapporto tra mistiche d’oriente e mistiche d’occidente. Inoltre, da più di quindici anni si dedica allo studio e alla pratica di tecniche di meditazione.
    È autore di diversi articoli filosofico- e storico-religiosi, curatore di alcuni volumi e autore di vari testi. Già docente all’interno della cattedra di Storia delle Religioni dell’Università di Bologna e professore di Filosofia delle Religioni e Fenomenologia del Sacro presso l’IFST di Modena, svolge attività di docenza e formazione in diverse realtà aziendali italiane. Insegna meditazione a Bologna e Ravenna. Autore e conduttore della trasmissione settimanale radiofonica Dharma (sul buddhismo e le filosofie orientali in genere) a Radio K Centrale di Bologna, coordina la sezione “Filosofie orientali” del portale internet Supereva. Collabora con diverse centri e associazioni all’interno delle quali svolge attività di corsi, seminari e conferenze. Fa parte del comitato scientifico del Centro Interculturale Raimon Panikkar e della Redazione di Filosofia e Teologia. I suoi siti, http://www.gianfrancobertagni.it e http://www.lameditazionecomevia.it, sono seguiti da migliaia di persone.
     
     
    1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è per lei la felicità?
    La felicità come stato di passaggio è la condizione emotiva conseguente al giudicare positivamente la propria situazione di vita nel momento presente.
    La felicità come esito della tanto decantata ricerca della felicità è invece finalmente l’abbandono della ricerca stessa della felicità. È dunque l’abbandono di quella condizione penosa e dualistica di distanza tra ciò che sono e ciò che vorrei essere. È lo svuotamento della domanda dunque, prima ancora di essere la sua risposta.
     
    2) Professore Bertagni cos’è per lei l’amore?
    È il crollo totale dei confini tra le categorie mentali e quindi un senso di partecipazione unitiva a una realtà considerata solitamente altra da noi (realtà che può essere una persona, una situazione, il mondo, una dimensione di natura trascendente, il tutto, …), percepita congiuntamente a una condizione emotiva di piena e vibrante soddisfazione. Volendolo intendere come asintoto ideale, è la identificazione con la totalità. E la fenomenologia delle religioni ci insegna che l’identificazione con la totalità può originarsi da uno svuotamento radicale, un annichilimento di sé o – per via inversa – attraverso un completo allargamento del proprio perimetro fino allo sfumarsi della distinazione tra sé e altro da sé. L’amore da cui si è presi e l’amore che prende.
     
    3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?
    Ovviamente la sofferenza è la lontananza (mentale o fisica) da ciò che desidero o la vicinanza (sempre mentale o fisica) a ciò che detesto.
    Da un punto di vista biologico e psicologico, la sofferenza è un segnale che ha lo scopo di avvisarci di ciò che viviamo come causa di una diminuzione di essere nella nostra persona.
    Da un punto di vista più globale ha anche questo significato: vola basso, non sei un dio in terra.
     
    4) Cos’è per lei la morte?
    È la trascendenza di ogni ente, è ciò che è celato in esso e lo supera: è l’oltre già qui, già ora presente; è quindi il mio destino, che continuamente pulsa in me. E cos’è che supera l’ente in quanto totalmente altro da esso? Il nulla. Allora vivo il nulla come origine e superamento del mio essere; è l’abissale nulla che origina e sostanzia il mio essere. Pertanto la mia esistenza si presentifica in uno spazio di assoluta gratuità, di vertiginosa libertà. E questo è – pur cercando di non essere retorici – fantastico.
     
    5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?
    Qui però si pone per scontato qualcosa che invece mi sentirei di mettere in questione: viviamo costruendoci un percorso. Quale percorso? Quello da qui a lì? E cosa significa? Soprattutto: perché? Perché soggiacere ancora alla dittatura dell’avere obiettivi? Già la parola “obiettivi” è veramente deturpante rispetto alla natura originaria dell’essere umano. È solo un portato dell’atteggiamento utilitaristico, funzionalistico, economicistico della nostra mentalità ordinaria. Rivendico invece la bellezza e l’opportunità del non avere un percorso, dell’essere semplicemente nell’altrettanto semplice darsi degli eventi quotidiani, del non prefigurarsi obiettivi che causano il continuo fiatone della vita; rivendico lo sperdersi nel mondo, perdendo tempo e liberamente dandosi con immediatezza fiduciosa al gioco del reale.
     
    6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?
    Dio ce ne scampi. Non applichiamo categorie ingegneristiche allo splendore gratuito della vita.
     
    7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?
    Alcuni si lamentano dell’uomo-massa; altri dell’uomo individualista. E allora mettiamoci d’accordo: siamo massificati o siamo individualisti? O siamo forse dei massificati individualisti? Però tu esci per strada e incroci persone, ci parli, guardi come si muovono e capisci che ci sono individui le cui azioni e le cui parole sono integrate tra loro, vedi che c’è in essi una bellezza che è l’aderenza tra interno ed esterno in un spazio che sa di libertà; altri invece che sono totalmente allo sbando, che se la raccontano, che vivono in uno stato di semi-perenne distrazione da se stessi e di menzogna. Non mi riferisco a nulla che si appelli alla morale: è invece una questione di crollo delle guardie alzate, vita fluida, di sguardo semplice.
     
    8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?
    C’è una regola facilissima e infallibile. Se vivi uno stato di apertura, di rilassamento, di ampiamento, allora capisci che è bene. Se vivi uno stato di chiusura, di contrazione, di restringimento, allora capisci che è male. Lo si sente spesso anche solo a livello muscolare. È una bussola infallibile, non sbaglia mai.
     
    9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?
    Né la ragione, né la fede. Lo zen e i gatti.
     
    10) Qual è per lei il senso della vita?
    Non esiste. Altrimenti tutto sarebbe necessario, determinato. Ed è questo che ti fa scoppiare di gioia per l’estrema libertà che è l’individuo.
     
    Il senso della vita, da un’i tervista di gianfranco bertagni!
    Bianca nimmala

  46. Claudio2 Claudio2 scrive:

    “Dopo la sua illuminazione il Buddha ebbe ancora malattie, provò dolore e piacere, ebbe ricordi, pensieri e coscienza, ma non si attaccò a queste cose né si identificò con esse in termini di io e di mio.

    Le riconobbe per quello che erano e anche colui che aveva conse-guito tale conoscenza, divenne non–io, non–sé”.
    prendo spunto da quanto racconti della tua esperienza con il venerabile ajahn Luang Por Chah per esèportiun mio dubbio
    è qualche tempo che pongo la mia attenzione al kamma e al suo svilupparsi, per l’uomo che è “vittima” del mondano esso si distingue in kusala (favorevole) e akusala (non favorevole) per l’illuminato il kamma non essendo più legato a io e mio si è estinto…e il dhamma (fenomeno) e conseguentemente il kamma perde allora le suoe caratteristiche qualitative? ecco il mio meditare

  47. Claudio2 Claudio2 scrive:

    un saluto a tutti, mi spiace di aver postato precedentemente un qualcosa che non c’entra con la discussione in atto era una domanda che rivolgevo/rivolgo a mario a proposito di quelle che sono,a mio parere, sankhara e quindi causa di dukkha; tu tornando alla questione del ” chi” ti/ci chiedi !, CHI è consapevole? COME sopravvive alla nascita e alla morte? COME e QUANDO si ripresenta tale entità?
    è consapevole la manifestazione uomo “assemblamento” causale di terra acqua fuoco aria in un qualcosa di organico convenzionalmente identificato in un individuo anagraficamente registrato eh!eh! nella “realtà” ultima questa forma nè è nata nè muore è increata in quanto vacua non si ripresenterà mai non essendo nata, per alcuni rimane una impronta karmica che rientrerà in un altra forma fino a quando produrrà kamma cioè caricherà di “aspettative” il suo agire…ho l’impressione , permettimi di esprimere un opinione, che ci sia in queste domande un desiderio di essere che è causa di tanha e quindi dukkha ogni bene claudio

  48. Claudio2 Claudio2 scrive:

    Seconda tetrade (Contemplazione delle sensazioni)

    5. “Sperimentando l’estasi io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
    6. “Sperimentando la felicità io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
    7. “Sperimentando le funzioni mentali io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
    8. “Calmando le funzioni mentali io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.

    è la seconda tretade dell’anapanasati sutta: cosi egli si esercita…ma come stabilire l’estasi , la felicità le funzioni mentali

  49. Sudhammo Sudhammo scrive:

    UN CONTINUO ETERNO
    ===============
    ” … io, tu, l’altro e l’universo siamo un’unica realtà … ”

    Questo concetto che hai ben espresso torna con il “modello mentale e psicologico” che mi sono costruito pezzo a pezzo -come un grande puzzle- dentro la mia mente fin da quando ho iniziato ad interessarmi della mia parte interiore.
    Nel mio modello questa interazione è ben presente, direi vitale, appunto come un “continuo eterno”… in virtù della continua trasformazione del “mondo materiale” che di fatto è inconsistente anche se ci sembra esistere in quanto oggetto di percezione dei nostri 5 sensi.
    nel mio modello, mi appoggio a considerazioni sia validate dalla scienza, sia dall’esoterismo, anche se quest’ultima non potrebbe chiamarsi una realtà “certa”, ma piuttosto percepita.
    Scientificamente ritengo che essendo fatti di particelle, atomi, molecole ne prendo in considerazione una in particolare: la molecola dell’acqua. Si comporta come un dipolo che si orienta verso i campi magnetici nei quali è immerso, proprio come fa l’ago della bussola. Xkè la molecola dell’acqua… xkè è dimostrato scientificamente che questa molecola ha una sua “memoria storica”… quindi quando le molecola del nostro corpo-mente si ricompongono in un nuovo essere, questo non avviene per “caso”, ma solo e unicamente per “causa”, proprio in virtù della direzione comune che hanno preso i dipoli delle molecole di acqua.
    Nel mio modello questa “memoria storica” delle molecole potrebbe essere quella “mente” che trascende la nascita e la morte, che è impalpabile, ma esistente, che fa esperienze di vita, belle o brutte, che vanno ad aumentare la “conoscenza delle stesse molecole d’acqua” sulle quali è incorporata.
    Nascita… le molecole aventi memorie similari… stesso orientamento… si ritrovano per “causa”…
    Esperenziano… fanno le loro esperienze di vita –consapevoli quanto inconsapevoli- che tendono verso un fine ultimo… che potrebbe essere ignoto a noi in questo momento, ma intuibile nella “Verità Ultima” che nell altre religioni chiamano Dio…
    Muoiono… a fine dell’esperienza, del tempo necessario affinché l’esperienza sia fatta, nel modo consapevole o inconsapevole, compresa naturalmente o compresa violentemente…
    Quindi… avanti la prossima “causalità” in un “continuo eterno” fino al raggiungimento della “verità ultima”.
    Speculazioni mentali? Forse… ma la ricerca interiore deve passare tra questi paletti, come uno sciatore passa attraverso le porte di uno slalom…
    Ritengo che questo modello risponda abbastanza bene con i vari “credo religiosi”, nonché con le forme di ateismo, nonché con degli approcci scientifici sulla domanda fondamentale della vita: CHI è consapevole? COME sopravvive alla nascita e alla morte? COME e QUANDO si ripresenta tale entità?

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  50. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Caro Sudhammo, la domanda ” CHI è che si rende consapevole di tanta impermanenza” necessariamente ci porta ad affrontare una volta per tutti la questione sull’io magistralmente risolta dal Buddha. Ti aggiungo qualche altra riflessione nella speranza che ti siano di aiuto.
    Partiamo con la definizione: L’ego, il “me”, l’ io, è il sentimento di esistere come individuo indipendente con le relazioni che derivano da quest’impressione.
    In altre parole l’io stabilisce una funzione delimitante: dentro il limite ci sono io, il resto del mondo è fuori di me.
    L’esperienza dell’ego è di vivere ogni percezione in rapporto a questo osservatore, questo soggetto: “me, io”.
    L’ego ha un istinto fondamentale che è un desiderio di esistenza e di piacere. Questo istinto si traduce in pulsioni che aggrediscono “quello che gli è altro” in termini di possesso, rifiuto, indifferenza.
    Questo modo di funzionare dell’ego si manifesta così attraverso atteggiamenti passionali: di attrazione, repulsione o indifferenza, sviluppati verso le persone, le cose e le situazioni con le quali è posto a confronto. E’ “io” voglio quello che è buono, “io” non voglio quello che è cattivo, “io” non voglio avere relazioni con quello che mi è indifferente.
    Queste pretese dell’ego fanno sì che si impegni in ogni sorta di lotta per ottenere quello che gli piace ed evitare quello che gli è sgradevole.
    Paradossalmente, la sua lotta, invece di raggiungere i suoi fini gli crea continuamente dei problemi: dispiaceri, condizionamenti e sofferenze!
    Questo modo di funzionare dell’ego è il nostro abituale condizionamento nel quale costruiamo la nostra personale sofferenza.
    La meditazione è una sfida all’io, è il coraggio di cercare con decisione e coerenza il presunto confine che separa l’io dall’UNIVERSO.
    Guardano nel profondo non lo troviamo. Potremmo invece scoprire, con una esplosione di meraviglia, ed illuminazione che quel confine non è mai esistito, è solo illusione della mente, in realtà, da sempre, io, tu, l’altro e l’universo siamo un’unica realtà e qui solo il Dharma (la Legge cosmica) è permanente. Questo è il punto d’incontro, l’unione, lo Yoga!

  51. Sudhammo Sudhammo scrive:

    CHI?
    ========
    Gentile Mario Thanavaro,
    tu scrivi: ” … proviene da una forza propellente in continuo divenire … “.

    Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
    Durante l’estate ho riletto il libro “La vita di Siddharta, il Buddha”, dove più e più volte il Buddha pone l’accento sull’osservare consapevolmente i 18 dharma, nei discorsi che tenne durante la sua vita, riportati riassunti nel libro da Thich Nhat Hanh.
    Mi sorge una domanda, che probabilmente ha una risposta complessa, o forse non ha risposta.
    I 18 dharma fanno parte dell’ambito dell’impermanenza xkè tali sono. Osservandoli, facciamo l’esperienza dell’impermanenza, attivando la consapevolezza nell’osservazione.
    Prima o poi la signora secca secca (la Morte) verrà a prevevarci, e tutte le esperienze svaniranno… in quanto impermanenti…
    Ma allora… CHI è che si rende consapevole di tanta impermanenza? CHI trascenderà la nascita e la morte, liberandosene definitivamente? CHI porta il bagaglio esperenziale nella trasformazione delle cellule, degli atomi, dell’animus, nella prossima esperienza cosciente?
    Ecco la domanda delle domande… almeno per me in questo momento…
    CHI?

    ogni bene, osvaldo sudhammo

  52. Claudio2 Claudio2 scrive:

    grazie certamente si …la pratica continua

  53. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Claudio, personalmente penso che alle situazioni della vita non ci siano risposte preconfezionate. Ognuno può rispondere sulla base del proprio livello di coscienza.
    La motivazione altruistica del bodhisattva che personalmente condivido e cerco di praticare è anteporre il bene degli altri (che sono di più) a quello personale. Cosa farei nel caso descritto non lo so a priori. La pratica continua…

  54. Claudio2 Claudio2 scrive:

    ciao!
    ho letto quanto hai scritto riguardo la pratica di metta, molto interessante, c’è però un punto che mi ha fatto riflettere, l’ingiunzione del bandito ai monaci, tu affermi che sarebbe “errato” proporsi come vittima …e che dire allora del bodhisatva (so che non rientra nella tradizione teravada) che fa l’azione inversa rimanendo volontariamente nel ciclo samsarico e inoltre se uno dei monaci avesse una consapevolezza “maggiore” dell’illusorietà dell’esistenza e la sapesse appunto lasciar andare facendo si che gli altri proseguissero nel loro cammino non sarebbe un praticare metta? grazie per l’eventuale risposta claudio

  55. Mario Thanavaro Mario Thanavaro scrive:

    Ciao Sudhammo, sono felice che i miei scritti siano di aiuto! A presto.

  56. Sudhammo Sudhammo scrive:

    IL TUO LIBRO “VIVERE IL BUDDHISMO”
    =========================
    ” … Questa via non è facile, così come non è facile la vita … ”

    gentile mario thanavaro,
    ho estratto questa frase dalla lettura “Un bisogno di fondo” pubblicata oggi, che -a mio avviso- racchiude l’essenza dell’insegnamento e l’essenza delle difficoltà che la vita ci pone davanti ogni giorno.
    ci si ritrova a nuotare -molte volte controcorrente- in un mare che è sempre grosso, con alte onde che non ci fanno scorgere l’orizzonte, la meta lontana; e si nuota fiduciosi di arrivare alla terra ferma della salvezza e tranquillità.
    leggendo i tuoi scritti mi è tornato in mente il periodo che ho vissuto seguendo le serate di meditazione vipassana con corrado pensa: corrado è un insegnante speciale, xkè riesce ad unire l’aspetto del dhamma all’aspetto psicologico di una persona.
    ma ti confesso apertamente che questo approccio lo trovo anche nei tuoi scritti, e me ne compiaccio, oltre che essertene grato.
    noi occidentali ci applichiamo al buddhismo più con la testa che con l’animo, al contrario degli orientali: siamo più psicologici e cerchiamo con la psicologia il fulcro per farci entrare dentro il “vero messaggio” del dhamma. è un approccio profondo, che porta ad una presa di coscienza profonda, che se l’abbracci non la lasci più per il resto della vita.
    i tuoi scritti sono “l’appoggio del fulcro”.
    piacere di averti incontrato.

    ogni bene, osvaldo sudhammo